Vivere o sopravvivere di pomodoro
Vivere o sopravvivere di pomodoro

Il mercoledì è il giorno più faticoso della mia settimana, una giornata lavorativa intensa, arrivo a sera sempre stremata. La settimana scorsa ho raccolto l’invito dei miei alunni di Ripattoni, partecipare ad una catechesi organizzata dal loro parroco Don Attilio. Tema dell’incontro La vita come vocazione, relatore Don Luigi Maria Epicoco. Mentre scrivo mi torna alla mente l’invito di un caro amico sacerdote… respira la vita, lo stesso messaggio lanciato da don Luigi, vivere e non sopravvivere.
Parte da qui il sussurro della settimana, dalla domanda che non può essere elusa: ma io sto vivendo o sto sopravvivendo? È una domanda scomoda che ci pone “faccia a faccia” con noi stessi per chiederci se ci stiamo limitando ad affrontare i nostri doveri, gestendo l’ordinario dando priorità al necessario, anestetizzati da una quotidianità sempre uguale, dove ogni giorno si ripete meccanicamente.
Sopravvivere, come stato permanente che spegne sogni e speranze, che allontana da un’altra crudele domanda: ma io sono felice?
Chi vive è felice, perché è orientato verso la crescita, la scoperta, la ricerca continua. Vivere significa avere uno scopo (anche piccolo), provare entusiasmo per qualcosa, sentire una connessione con ciò che fai e avere la percezione che il tuo tempo ti appartenga. Ma la vita è un viaggio che porta l’essere umano a percorrere, a volte strade in cui vivere, altre in cui sopravvivere. La tua vita che strada sta percorrendo?
Il punto è che, mentre respiro la vita a pieni polmoni, l’umanità che si muove intorno a me, percorre strade come la Statale 106 Jonica e mi fa piangere davanti ad un pomodoro. Non a quelli di Arnaldo (Pomodoro) che, attraverso forme geometriche perfette che si aprono e si rompono, rappresenta la condizione umana: sotto una superficie levigata e apparentemente solida, l’uomo e la società nascondono lacerazioni e fragilità; ma davanti ai frutti della Solanum lycopersicum, pomodori piccoli, rossi, dolci e succosi che arrivano sulle nostre tavole, ma che, esattamente come le sculture del nostro artista, rivelano al loro interno un meccanismo complesso e tormentato.
Wassem, Amin, Safi e Ullah sono i giovani carbonizzati sulla Statale, morti perché hanno provato a spostare l’asse dal sopravvivere al vivere, volevano dare dignità al loro duro lavoro attraverso il riconoscimento di salario giusto. La loro voce è stata soffocata da un fuoco purificatore, per distruggere il male, ossia la ribellione, e ristabilire l’ordine e la giustizia, del caporalato.
Il fumo dell’olocausto continua ad impedire la visuale, ad avvolgere nel silenzio e ad oscurare la dignità dell’essere umano. L’opinione pubblica, quella dei “sono venuti a rubarci il lavoro” (ma nei campi nessuno vuole lavorare) è rimasta indifferente, mentre le istituzioni sono lontane dall’elaborare riforme strutturali. Ma questa tragedia non può e non deve essere archiviata come semplice fatto di cronaca nera.
È nostro dovere rivendicare il diritto ad una tracciabilità etica dei prodotti agroalimentari, non possiamo rimanere in silenzio perché l’indifferenza nutre la schiavitù dei braccianti. Non si può vivere o sopravvivere di pomodoro. Voltarci ancora dall’altra parte, come se ci fossero vite sacrificabili o di poco conto: "Parti dell’umanità sembrano sacrificabili a vantaggio di una selezione che favorisce un settore umano degno di vivere senza limiti. In fondo, le persone non sono più sentite come un valore primario da rispettare e tutelare, specie se povere o disabili, se non servono ancora – come i nascituri –, o se non servono più – come gli anziani." (FT, 18).
Gabriella Savini
