Tzedakah e Iustitia

Le notizie della settimana hanno risvegliato in me il ricordo di una delle intense lezioni di Teologia del Prof. Maurizio Sessa sulla figura di Giuseppe (Gn 37-50) e il suo saper agire secondo mishpat e chesed, divenendo archetipo di tzedakah. Parole della tradizione ebraica che racchiudono il sussurro settimanale sull’argomento più abusato del momento: la giustizia.
Le parole mishpat, chesed e tzedakah, hanno tutte a che fare con la giustizia ma ne indicano forme differenti. Mishpat è la giustizia oggettiva, il giudizio retto, la legge e il diritto applicato senza favoritismi. È la norma che punisce il male e difende i vulnerabili. La chesed è l’amore gratuito, la lealtà, che va oltre ciò che spetta per puro diritto. Giuseppe, mentre governa l’Egitto e si ritrova davanti i fratelli che lo avevano venduto, applica un severo percorso di giudizio per verificare il loro cambiamento morale.
Constatato il pentimento, Giuseppe non applica il rigore del mishpat, ma manifesta chesed, perdona e trasforma il giudizio in riconciliazione e salvezza. Rigore e perdono si incontrano in tzedakah, vera giustizia, dovere morale e sociale per ristabilire l’equità nel mondo. Nella lingua italiana la parola giustizia è il principio etico e morale secondo cui si riconosce e si rispetta il diritto altrui, attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto. Dal latino iustitia, la sua essenza si riassume nella celebre massima classica "dare a ciascuno il suo" (Treccani). È la ricerca di un ordine razionale e universale che Platone eleva a virtù suprema. La teologia cristiana partendo dalla tradizione ebraica e filosofica, presenta la giustizia come giustificazione: un atto di grazia e misericordia divina che accoglie l'essere umano a prescindere dalle sue opere. Nel cristianesimo il chesed diventa agape, il "dare a ciascuno il suo" cede il passo al dare tutto se stessi per l'altro; nel perdono e nell’amore per il nemico, la giustizia cristiana, trova la sua massima espressione.
Il punto è che oggi il pensiero dell’uomo sulla giustizia sembra totalmente privo di ogni forma di misericordia.
L’uomo contemporaneo perso in una profonda crisi di identità, smarrita la percezione del bene e del male, confuso il confine tra il giusto e l’ingiusto, mette in evidenza i mali di una democrazia liquida.
Nella confusione, sostenuto e fomentato dai tribunali mediatici, ha scambiato la sete di giustizia con la vendetta, l’equità razionale dei filosofi spazzata via dal primitivo istinto emotivo, il desiderio di vendetta che prevale sulla sete di giustizia è l’arresto della civilizzazione e la morte del pensiero filosofico.
La società viaggia a velocità sostenuta, tutto è subito disponibile, sembra non avere posto per la lenta giustizia, meglio la gratificazione istantanea della vendetta, chi subisce un torto sembra non cerca più l’equilibrio del mishpat ma l’annientamento dell’altro.
Siamo lontanissimi dalla dimensione comunitaria ed empatica della giustizia ebraica, ma anche dalla misericordia cristiana capace di umanizzare la legge, presi dal reclamare i propri diritti allontaniamo lo sguardo dai doveri verso l’altro. Il pensiero umano ha bisogno di una nuova visione sulla giustizia, ripartire dalla tradizione potrebbe aprire alla riscoperta del senso comunitario, il passaggio dall’egoismo del singolo alla generosità condivisa, potrebbe favorire un'articolazione morale ed empatica, capace di coniugare la certezza del diritto con la salvaguardia della dignità umana. Costruire una società più giusta sulle fondamenta dell’equità e non una spietata incapace di produrre pace.
«Io, che ho voluto sostituirmi alla Provvidenza per premiare e punire, ho scoperto troppo tardi che solo Dio ha il diritto di farlo.» Il Conte di Montecristo, A. Dumas.
GABRIELLA SAVINI
