SAN BIAGIO NELLA POESIA DI ANTONINO ANELLO
I SANTI CHE HANNO ACCOMPAGNATO LA NOSTRA STORIA
SAN BIAGIO NELLA POESIA DI ANTONINO ANELLO
La festa di S. Biagio, in Abruzzo, conclude la triade calendariale postnatalizia dove, oltre al Vescovo di Sebaste, vi sono S. Antonio Abate e S. Sebastiano martire. Poi, vi sono ricorrenze minori come S. Agata, venerata a Castelvecchio Subequo, S. Apollonia, ricordata a Lanciano, protettrice contro le odontalgie e S. Scolastica, invocata dalle puerpere per avere il latte. Già, perché può cominciare la Quaresima.
Nella provincia ecclesiastica di Pescara-Penne, area geografica nata nel 1982 per volere di S. Giovanni Paolo II, vale a dire l’antica provincia di Teramo con l’appendice di Pescara Porta Nuova, S. Biagio ha il grado di memoria obbligatoria. Patrono secondario di Penne (per questo ritratto in una specchiatura di uno stallo della Cattedrale di S. Cetteo), è pure patrono minore di Atri, per i numerosi contatti tra la città vestina e quella acquaviviana. La devozione dall’Oriente si sviluppò in Occidente, soprattutto dall’VIII secolo, quando le spoglie arrivarono a Maratea, unico comune della Lucania sul Tirreno. S. Biagio è ovviamente immortalato nel coro della Cattedrale, a mezzobusto, nell’iconografia tradizionale di Vescovo maturo e barbato (la barba lunga è solo prerogativa di S. Antonio Abate), con il pettine, strumento della tortura. In un pilastro della Cattedrale, sarebbe accanto a S. Caterina d’Alessandria, ma gli storici dell’arte parlano più giustamente di S. Nicola di Bari. Il giovinetto che prende per la cima dei capelli con il calice in mano, non sarebbe il bimbo salvato da S. Biagio (episodio del pesce nella gola), ma il fanciullo coppiere, rapito dall’infedele e restituito ai genitori devoti del Vescovo di Mira come il figlio. Dalla coppa profana il passaggio al calice fu breve.
Tonino Anello, acuto osservatore delle tradizioni popolari atriane, nell’ambito del coro folkloristico di cui è stato autorevole componente per lunghi e fecondi anni, ha scritto una canzonetta sul patrono minore di Atri, con riferimento al tipico dolce a forma di ciambella “Lu taralle de Sante Biasce”. Il dolce si ferisce al protettorato del Santo Vescovo sulla gola, confezionato nei giorni precedenti e consumato a colazione oppure inzuppato nel vino. Da qui il detto “finire a tarallucci e vino”, per dire la felice conclusione di una discussione, dove i Salmi finiscono in Gloria. Nelle cantine atriane, ognuna grosso modo corrispondente ad una chiesa, presenti nell’opera in vernacolo di Anello, c’era una corda dove erano infilate le ciambelle che accompagnavano le bevute dei clienti. Il poeta atriano fa pure riferimento nella sua opera al forno di “Delina”, della famiglia Celsi, presso l’androne Arlini, dove fino agli ultimi giorni ha lavorato Concettina.
Anello ha voluto sottolineare le relazioni sentimentali. Infatti la festa di S. Biagio aveva le stesse prerogative che oggi ha quella di S. Valentino, sempre nella prima metà di febbraio, quando le giornate cominciano ad allungarsi e il freddo non è più quello dei giorni della merla. Per questo diviene l’occasione per marinare la scuola, nell’imminenza di altre due ricorrenze, la festa della donna e il primo giorno di primavera. La globalizzazione e la commercializzazione delle feste ha imposto S. Valentino, un sacerdote, secondo alcuni Vescovo, di Terni, venerato nell’omomima Basilica della città dell’acciaio. Secondo la leggenda avrebbe unito in matrimonio un pagano e una cristiana e avrebbe difeso da un attacco di soldati ubriachi un gruppo di future spose. La sensibilità attuale ha aggiornato la leggenda, parlando di S. Valentino che conduceva corsi prematrimoniali ante-litteram. Lia Giancristofaro fornisce un’altra interpretazione, applicabile anche a S. Biagio: poiché al Vescovo di Terni fu tagliata la testa, gli è accaduto come a certi innamorati che per la fidanzata perdono la testa, cioè non ragionano più come prima. In meglio, o a volte, in peggio.
Il tarallo era il dono del fidanzato alla fidanzata. La canzonetta fu musicata dal m° Glauco Marcone. Anello ha cantato con il suo quasi coetaneo non solo in ambito folkloristico, ma anche nelle scholae-cantorum, fino alla costituzione del coro cittadino della Cattedrale per volere di Don Giovanni D’Onofrio, a cui ora è dedicato. Il prof. Marcone, insegnante di educazione musicale nella s.m.s. “F. Barnabei”, era molto rigoroso nelle prove del coro.
La canzonetta veniva interpretata dal m° Quinto Paolini, storico componente dei cori folkloristici cittadini, maestro elementare che nel programma didattico ha sempre riservato un posto privilegiato alla musica. Con l’applicazione del modulo nell’a.s. 1988/89 e l’avvio di più maestri nella scuola primaria, il m° Paolini si è inserito nell’area scientifica, facendovi rientrare l’arte ceciliana, ben imparentata con la matematica. La foto che lo ritrae con il tarallo al braccio, vestito con l’abito del coro, è una delle immagini più conosciute della compagine canora. E’ incorniciata ovviamente nello studio del maestro, già casa del Prof. Guerino Armidi, insigne umanista, a Palazzo Arlini, nel cuore di Atri.
La festa di S. Biagio in Atri è osservata in tutte le chiese. Non si espone nessun simulacro come avviene altrove. Dove si celebra la S. Messa, alla fine, avviene la benedizione della gola nella forma classica delle candele benedette nella festa della Presentazione del Signore, incrociate. Altrove, ad es. a Castiglione a Casauria e Lanciano, avviene con l’olio. A volte, in Atri, la festa si è imbattuta nel giro delle Quarant’Ore, quando la Pasqua cade in marzo, perché con la ristrutturazione dei turni, si cominciava dall’oratorio della Trinità, il venerdì precedente l’antica domenica di Settuagesima. L’impraticabilità di alcune chiese, interessate da restauri, come la Cattedrale, S. Giovanni, S. Francesco, S. Reparata, ha reso più corto il giro, oppure ha avuto la stessa durata, “saltando” la settimana della chiesa dove non era possibile.
E le Quarant’Ore erano l’occasione per le dichiarazioni amorose, nelle chiese allora assai gremite. E tra gli assidui partecipanti il poeta Tonino Anello che alla fine della celebrazione fa sempre una bella lezione sul campo. E sembra di stare accanto ad Alfonso Maria Di Nola o Giuseppe Pitrè. Le composizioni dialettali di Anello sono un sapido corso di demologia atriana ben innestata in quella abruzzese.
SANTINO VERNA
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