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ODISSEO

Scritto da Gabriella Savini il . - 228 visualizzazioni

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L'uomo dai molti modi ispirami, o Musa, che moltissimo errò, quando distrusse la sacra cittadella di Troia; e di molti uomini vide le città e conobbe la mente, e molti dolori egli nel mare soffrì nel proprio animo, cercando di garantire la propria vita e il ritorno dei compagni.

 Ma neppure così salvò i compagni, pur dandosi da fare: perirono infatti per la propria empietà, sciocchi, loro che divorarono i buoi del Sole Iperione: e quindi quello tolse loro il giorno del ritorno. (Omero, Odissea I 1-9)

Ne parlano tutti, da giorni, prima e dopo l’uscita della nuova imponente opera cinematografica del regista americano Christopher Nolan, chi sono io per sottrarmi alla critica? “Nessuno”, direte e dico!

Non ho le competenze cinematografiche per criticare il film, né quelle filologiche per l’adattamento del testo. Sono entrata in sala senza pregiudizi, non si può pretendere che la trasposizione cinematografica di un’opera sia completamente fedele, ne sono uscita con alcune riflessioni filosofiche e antropologiche esistenziali che condivido volentieri con i lettori di indialogo.

Il sussurro della settimana ha quindi il sapore antico e sempre nuovo del mito di Ulisse, che a dispetto della modernità sembra avere ancora qualcosa da ricordare all’uomo.

Nella traduzione in italiano di Ippolito Pindemonte leggiamo “Narrami, o Musa, dell'uomo dal multiforme ingegno, che tanto vagò, dopo aver distrutto la sacra rocca di Troia”.

Molti modi e multiforme ingegno, espressioni che indicano la grandezza della mente umana nel pensare e scoprire soluzioni che avranno un peso sull'umanità. Mi sembra di ritrovare l’avvertimento, che Nolan inserisce nel dialogo immaginario tra Oppenheimer ed Einstein: aver aperto la porta a un'era di distruzione irreversibile in cui il mondo può annientarsi da solo in qualsiasi momento.

È il tormento di Ulisse, il suo ingegno ha distrutto e violato uno spazio sacro, una città, con la sua storia e la sua identità. L’uomo non ha mai smesso di costruire “cavalli di Troia”, doni, in apparenza, che poi possono rivelarsi devastanti perché celano trame profonde di vendetta e dominio. Non posso non pensare all’Intelligenza Artificiale come all’ultimo “cavallo” e tremare al pensiero della distruzione che porta in sé.

La seconda riflessione è dettata dal tanto vagò, tempo indefinito e necessario per superare il senso di colpa nato dalla consapevolezza di aver violato le leggi divine e morali per ottenere la vittoria. Quanto tempo occorre all’animo umano per perdonarsi e avere compassione per sé stessi? Il perdono di sé è un percorso graduale che implica l’uscire da sé, vagare, fino ad abbandonare l’illusione di poter controllare tutto e accettare la propria fallibilità umana. La superbia farà perdere ad Ulisse tutti i suoi uomini. La disperazione, il pianto e la nostalgia lo faranno uscire dalla prigione dorata di Ogigia.

L’isola, simbolo d’isolamento psicologico, dove il tempo si ferma e l’eroe rischia di perdere la propria identità. Calipso offre immortalità, Ulisse piange in riva al mare il dolore del ritorno a casa: ha nostalgia, dei suoi cari, della sua casa. Il perdono di sé per non avere nostalgia di sé, perdonarsi per allontanarsi dal rimpianto doloroso per non essere più la versione passata della propria persona.

Ultimo spunto di riflessione, da me selezionato, è l’accento posto sulla sacralità dello straniero protetto direttamente da Zeus, con tre principi cardini: la teofania nascosta, l’inviolabilità dell’ospite e il patto di ospitalità indissolubile e tramandato di generazione in generazione. Lo straniero non è un nemico ma un ospite protetto dagli dei.

“Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Mt. 25, 37-40).

Il punto è che si è parlato moltissimo di “Elena dalle bianche braccia” (Lupita Nyong'o nel ruolo di Elena) tralasciando o ignorando l’accento posto sull’accoglienza dello straniero, un tema molto attuale, direi. Nella tradizione induista ogni visitatore inatteso deve essere trattato con la stessa devozione e lo stesso rispetto che si riserverebbero a una divinità. Lo farà Abramo alle querce di Mamre, divenendo modello di generosità per Ebrei, Cristiani e Musulmani. L’ospitalità dello straniero è un dovere sacro e pilastro teologico fondamentale in tutte le religioni. Perché è stata rimossa la sacralità dell’ospite straniero? In prima analisi mi verrebbe da dire che è stata rimossa la sacralità in genere, perché la sacralità richiede impegno, conoscenza, cura.

La profanazione dell’ospitalità è il riflesso di un’umanità che, per proteggersi, smarrisce sè stessa. Una società che bandisce il senso del sacro, senza una dimensione trascendente, toglie all’uomo il riflesso della divinità, a sua immagine e somiglianza, così l’altro diventa un numero, un costo, una minaccia.

In seconda analisi mi verrebbe da dire che le insicurezze portano ad arroccarsi nel tentativo di proteggere e conservare l’identità. Ma l’identità non si conserva per sottrazione, al contrario, la storia delle religioni e del mito ci insegna che l'identità si fortifica e si definisce proprio attraverso l'incontro e lo specchio dell'altro.

Riscoprire, dunque, la sacralità dello straniero per tornare alla forma più alta di umanità.

Se potete, andate al cinema, Odissea è un viaggio intenso dentro la fallibilità dell’animo umano.

Gabriella Savini

Il Viandante sul mare di nebbia, Caspar David Friedrich, 1818, Hamburger Kunsthall, Amburgo.

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