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LUDERE EST DISCERE

Scritto da Gabriella Savini il . - 187 visualizzazioni

LUDERE EST DISCERE

L’ultimo sussurro di agosto è particolarmente amaro da scrivere, è una riflessione suggerita dalla lettura sul Sole 24 ore del 28 agosto, dal titolo “I bimbi di Gaza costretti a distruggere gli aquiloni dopo le minacce di Israele”. 

Tayiaran letteralmente aereo di carta, è il modo in cui gli arabi chiamano gli aquiloni. Un gioco semplice, che può essere costruito con le proprie mani utilizzando materiale di riciclo, che sfrutta il vento della costa mediterranea. Come non ricordare “Se dovessi morire” del poeta e scrittore Refaat Alareer (1979 - 2023). Il poeta affida ai versi la speranza che qualcuno racconti la sua storia per non disperdere l’identità del suo popolo, un testamento spirituale e politico sul valore della memoria e della resistenza.

Il gioco è lo strumento con cui i bambini esplorano il mondo, sviluppano l’intelligenza e costruiscono le proprie competenze emotive e sociali. Il gioco stimola la curiosità, affina la motricità, insegna a negoziare e a gestire i conflitti, sviluppa l’empatia e la tolleranza, nel gioco si impara a farsi capire e ad ascoltare. Insomma, come diceva qualcuno, il gioco è una cosa seria, anzi serissima. Così seria che gli adulti, non più in grado di occuparsene, la mal tollerano.

Da molto tempo è in atto una specie di isolamento ludico che porta i bambini a giocare sempre meno insieme. Un mix esplosivo di combinazioni: iperconnessione digitale, agenda sovraffollata di routine extrascolastiche, mancanza di spazi pensati per loro, il calo demografico e anche l’iperprotezione dei genitori. Tutti questi fattori hanno notevolmente trasformato il modo di aggregarsi dei bambini, favorendo l’analfabetismo emotivo, la difficoltà ad accettare la sconfitta, la sedentarietà.

Il gioco condiviso è una palestra fondamentale per la vita e la sua carenza di certo non favorisce uno sviluppo psicofisico integrale. Quindi in occidente non si gioca, o si gioca poco e male, a causa dell’isolamento ludico, in oriente non si gioca, o si gioca poco e male, a causa della guerra. In entrambi i casi sono gli adulti a dettare le condizioni di gioco e a determinarne i contenuti. Se in occidente le bambine giocano a fare la skincare, in oriente giocano a fare il funerale alle bambole. Se in occidente i bambini giocano a Fortnite dal gaming, in oriente i bambini riproducono il loro quotidiano, simulano attacchi, lanci di missili, si fingono morti. In tutti i casi descritti, i bambini non fanno altro che processare ciò che subiscono o ciò che scatena il mondo adulto.

Il punto è che l’infanzia sta diventando lo specchio dei modelli culturali, dei fallimenti e delle ossessioni del mondo adulto. Il gioco non è più spazio puro e protetto, ma luogo contaminato dalla drammatica realtà degli adulti. È evidente che bisogna tornare a parlare di responsabilità etica del mondo adulto, rivedere il modo in cui si assume il compito di favorire la crescita dell’altro.

Favorire un’etica delle relazioni e delle persone per promuovere atteggiamenti costruttivi, per cercare una pienezza della cura. Partire dal prendersi cura di sé per arrivare alla cura dell’altro, capirne i bisogni e i desideri. Un passaggio fondamentale per la formazione dell’adulto, emotivamente integro e consapevole, per essere scudo di un’infanzia da proteggere. La cura autentica, infatti, non modella il bambino a propria immagine e somiglianza, ma crea lo spazio sicuro affinché la sua specificità possa fiorire liberamente. Riscattare il gioco significa risvegliare l’essere umano. La ricetta è semplice: disarmare tempo e spazio. In occidente disarmare il tempo servirebbe a garantire il diritto “al fare niente”, al non essere sempre performanti. In oriente disarmare lo spazio significherebbe avere il diritto ad una casa, a far volare un aquilone.

Recuperare il valore dell’infanzia, del gioco, e smettere di imporre ai più piccoli di dover processare, metabolizzare e curare i traumi, le nevrosi e i fallimenti della storia, mi sembra la nuova sfida dell’umanità.

«Dobbiamo riscoprire la gratuità dei gesti, il valore del tempo speso senza un profitto immediato. Educare non significa riempire un contenitore di nozioni o di scadenze, ma lasciare che la personalità profonda possa risuonare e per-sonare nell'incontro spontaneo con il mondo.» (nel caro ricordo di padre Enzo Bianchi fondatore della Comunità di Bose, uomo di profonda spiritualità e fede).

Gabriella Savini

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