INDRO MONTANELLI A UN QUARTO DI SECOLO DALLA DIPARTITA

Giornalista di spicco, uno storico stravagante, un mito, discreto e battagliero
Il 22 luglio 2001 veniva a mancare, a Milano, Indro Montanelli, principe dei giornalisti italiani. E’ stato definito il miglior giornalista italiano del XX secolo, anche se nel corso della lunga luminosa carriera ha avuto diversi detrattori. E’ stato un giornalista che solo negli ultimi anni di vita ha cominciato a piacere ad una parte della sinistra italiana.
Nato a Fucecchio, tra Firenze e Pisa, nel 1909 da Sestilio e Maddalena Doddoli, apparteneva ad una famiglia benestante. Nell’albero genealogico figurava uno dei protagonisti del Risorgimento, Giuseppe Montanelli, presente nella canzone “Diceva un codino” di Riccardo Marasco, fiorentino originario della Calabria, ricercatori di antichi e recenti testi toscani. Gli fu imposto il nome di Indro, da una divinità indiana. Scherzarono su questo, diversi corbellatori, perché il nome sarebbe stato Cilindro, e Indro diventava il diminutivo.
La madre era profondamente religiosa, il padre un po' meno, Indro seguì le orme paterne, e del tipico carattere toscano, con il Paradiso negli occhi e l’Inferno in bocca. Il papà era preside e lo seguì a Rieti, dove dirigeva una scuola. Laureato in giurisprudenza e scienze politiche, Montanelli cominciò subito l’attività giornalistica, e fu inviato in Eritrea, a metà degli anni ’30.
Nel 1942 sposò la contessa Margarethe Colins de Tarsienne, austriaca nata a Rovereto, prigioniera con il marito in quanto antifascista e il matrimonio fu celebrato dall’allora Arcivescovo di Milano Card. Alfredo Ildefonso Schuster, verso il quale Indro ebbe sempre venerazione. La Chiesa scelta per il rito nuziale, S. Gottardo in Corte, piccolo edificio sacro al centro di Milano, passato alla storia, perché pochi anni dopo, ospitò le telecamere della RAI per la prima Messa trasmessa in diretta, inserita in palinsesto e mai più tolta.
Indro e Maggie si separarono e nel 1974, avvenne il matrimonio civile tra Montanelli e Colette Cacciapuoti Rosselli, nata a Losanna, da padre napoletano e madre inglese, di cultura francese. Indro e Colette vissero abbastanza indipendenti, perché il celeberrimo giornalista preferiva risiedere a Milano, definendo Roma “città dell’intrallazzo”, mentre Colette amava Roma, dove abitava a Piazza Navona 93, quasi difronte alla Chiesa di S. Agnese, e accanto a quella, poco conosciuta e visitata, di S. Giacomo degli Spagnoli, ora Nostra Signora del S. Cuore. Entrambi condividevano le vacanze a Montemarcello, sconosciuto borgo del Levante, e Cortina d’Ampezzo, dove si ritrovava e si ritrova molta borghesia dell’Italia Settentrionale. I ritiri in montagna non durarono molto, perché a Colette furono sconsigliati, per problemi di salute.
Defenestrato dal “Corriere”, quando il giornale meneghino passava a sinistra, con l’aumento dei voti del PCI, Montanelli fondava “Il Giornale”, conducendo un drappello di giornalisti con desiderio di offrire un servizio al lettore, con taglio liberale, riformista, atlantista e anticonformista. Tra i soci comparve presto Silvio Berlusconi, e inizialmente l’imprenditore lombardo e il giornalista toscano andavano d’accordo, anche se quando andavano a cena, di tutto parlavano, fuorchè del “Giornale”. Il sodalizio continuò con la nascita delle tre reti berlusconiane, quasi un contraltare alla RAI. Montanelli elogiò la Fininvest, prima di diventar Mediaset, in un programma dell’amico Mike Bongiorno, subito entrato nell’orbita del Cavaliere. Con Berlusconi non condivideva la squadra di calcio, Silvio era ovviamente del Milan, rilevato e portato a coppe e scudetti, Indro, da buon fucecchiese, della Fiorentina.
Quando Berlusconi entrò in politica, Montanelli fu chiamato a mettere il giornale a servizio della nuova formazione. Indro non era mai stato a servizio di nessuno, e nemmeno questa volta voleva chinare il capo alla politica. Non capiva l’ingresso del Cavaliere in quell’agone, perché non credeva alla vittoria. Montanelli apparteneva, come diceva Andrea Barbato, ad una destra mai esistita, e non ne vedeva l’incarnazione in FI, partito con l’intento di raggruppare forze moderate, liberali e cattoliche, per evitare il sorpasso del comunismo. Ma ormai il muro era caduto, e i comunisti non erano altro che Mammut, come li definiva Montanelli. Il “divorzio” da Berlusconi, non comportava il passaggio di Montanelli a sinistra, perché pur essendo di destra, non era di “questa destra”. Probabilmente gli garbava (e qui è d’obbligo la dicitura fiorentina), il liberalismo di Giovanni Malagodi, l’uomo che aveva trasformato le sue idee da club a partito. Persona di grande cultura e curata preparazione, non era adatto ai comizi di piazza, e i discorsi sembravano più resoconti aziendali che arringhe per toccare le corde del popolo.
Gli ultimi anni di Montanelli furono condannati al giornalismo, come diceva lui e le sue “Stanze”, rappresentavano un colloquio sapido, tagliente e vivo con i lettori di ogni età e ogni estrazione sociale. Era un uomo con la capacità di comunicare e seminare il desiderio della lettura. Ha scritto anche di storia, ovviamente da giornalista, e quei tomi rappresentano un delicato e frizzante tuffo nelle vicende italiane, anche letterarie. E’ stato un giornalista di spicco, uno storico stravagante, un mito, discreto e battagliero, del secolo breve.
SANTINO VERNA
