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DULLARI’ DULLARI

Scritto da Santino Verna il . - 2048 visualizzazioni

UNA INTENSA RACCOLTA DI FILATROCCHE E CANTI ABRUZZESI

"DULLARI’ DULLARI’":  SUSSIDIO DIDATTICO PER L'INFANZIA

Giovedì 11 giugno alle 11, presso Villa Filiani a Pineto, sede del C.E. d’A., sarà presentato il sussidio didattico per l’infanzia “Dullarì dullarì”. Interveranno l’autore, l’etnomusicologo Carlo Di Silvestre, il Sindaco di Pineto Robert Verrocchio, il Dirigente Scolastico della Scuola “Giovanni XXIII” Prof. Gaetano Avolio, l’Assessore alla Pubblica Istruzione Daniela Mariani e l’Assessore Regionale per le Tradizioni Popolari dell’Abruzzo, Donato Di Matteo. Il sussidio è rivolto prevalentemente e gratuitamente alla scuola dell’infanzia e primaria.

La breve ma intensa raccolta fa una carrellata di filastrocche e canti abruzzesi presenti nel mondo dell’infanzia e oggetto di rielaborazioni come “Cicirinella” dove tanti animali, presenti in ogni grande fattoria abruzzese, vengono menzionati con un attributo comico.

Il ciclo calendariale ha il suo ruolo fondamentale, cominciando con il Natale, la festa più cara all’infanzia, per finire, rimanendo nel tempo natalizio, alla Pasquetta, ovvero la prima Pasqua dell’anno, giorno in cui ci si scambiavano i primi auguri pasquali dell’anno tra parenti, amici e conoscenti. Dal semplice augurio si passò alla filastrocca, per ricevere in dono dolci o qualche spicciolo, come si evince dalla strofa: “Se ci li dete nu bicchierine, ci ni jeme dumane matine, se ce li dete nu bicchirotte, bbona sere e bbona notte”. Il vino era la bevanda più richiesta in una società che non disponeva di un grande assortimento di liquori e la birra apparteneva al mondo germanico, riportata in Italia dagli emigranti. Il caffè era sempre gradito e la gassosa aveva sempre la sua parte.

Si passa alla festa di S. Antonio Abate dove troviamo qualche contaminazione con l’agiografia dell’altro Antonio, quello di Padova, la cui festa cade il 13 giugno. “Quello che aveva ai poverelli/ agli orfanelli/ lo dispensò”. Si fa solo un rapidissimo accenno alla lotta contro il demonio, aspetto quasi esclusivo delle rappresentazioni musicate, nella penultima strofa: “Contro il demonio/ dacci vittoria e a noi la gloria/ data dal ciel”. Nel S. Antonio analizzato e presentato da Di Silvestre l’eremita egiziano muore addirittura a 150 anni, cifra ovviamente esagerata, anche se pure le biografie ufficiali lo fanno morire molto sazio di giorni. Sarebbe morto a 105 anni, e alcuni studiosi posticipandone la nascita, daterebbero il passaggio all’altra riva a 85 anni. Pertanto sempre in età veneranda, come vuole l’iconografia con la prolissa barba bianca, il bastone per appoggiarsi e il volto pieno di rughe.

Al Carnevale è dedicata una poesia musicata da Di Silvestre, con il testo di Gabriele D’Annunzio, il figlio più illustre di Pescara e tra i figli più importanti d’Abruzzo. Il martedì grasso per il trageda pescarese punta i riflettori sulla buona tavola, a dispetto dell’interessato che non aveva grande passione per i cibi, ad eccezione di alcuni che gradiva in modo particolare. Il Carnevale, per la contiguità con la Quaresima, era il giorno in cui si poteva mangiare di più, e il cibo doveva essere grasso. “La montagna di frittelle” sarebbe un’allusione alle “pizzonde”, italianizzate in “pizze fritte”, tornate all’attenzione in questi ultimi anni con le sagre estive soprattutto nei piccoli borghi. Vengono accompagnate con il prosciutto stagionato di montagna tagliato in modo spesso per gustarne meglio il sapore o il salamino vivacizzato dalle spezie.

Al Carnevale viene fatto il funerale, nella poesia di D’Annunzio. E così avveniva in tanti paesi della regione, e avviene ancora oggi. Per sottofondo aveva il “Lamento della vedova”, in dialetto vastese, interpretato da Antonietta D’Angelantonio, e canticchiato, negli studi di Via De Amicis, da Mario Santarelli, vastese doc, che alternava, davanti alla Olivetti-Lettera 22, nei pressi dello schermo da cui seguiva lo sport, con “Vaste belle terra d’eure”, tenerezza per le radici.

Altrove la fine del Carnevale avveniva in maniera più raffinata, con il veglione nelle sale da ballo, la gente mascherata o in abito da sera, l’orchestra che suonava meravigliosa musica, qualche gioco e ovviamente ottime pietanze. Non ci si accontentava di un panino o una pizzetta per fermare lo stomaco e stare più tempo sulla pista, ma il cibo doveva essere, almeno per quella sera, succulento.

Dal ciclo calendariale si passa a quello vitale, per il quale gli antropologi usano la dicitura “biologico”. Ma forse ci fa pensare, al di fuori del contesto, ai lindi gabinetti di analisi o alle interrogazioni di scienze naturali dove chi aveva una buona parlantina cercava di arrampicarsi sugli specchi per compensare le lacune nell’ambito strettamente matematico.

Si parla della “serenata”, portata di sera, come dice la parola stessa, oggetto dello studio di Carlo Di Silvestre. Un tempo si portava presso la casa della sposa, nei giorni che precedevano il matrimonio. Ci poteva stare chi protestava, perché doveva affrontare la levataccia antelucana o non voleva il tedio del baccano. Ma tutto finiva, nella società semplice, a tarallucci e vino. Oggi la tradizione è ripresa, modificando le strofe e facendo allusioni agli sposi, senza volgarità.

Ci sono poi canzoncine strettamente legate al mondo dell’infanzia, quando non c’erano tutti i giochi elettronici o i dvd con storie globalizzate d’oltreoceano. “Un bel galletto” restituisce al re del pollaio il ruolo di animale d’affezione, oggetto di tenerezza per i bimbi, in luogo delle bestie delle fiction, dove c’è più tecnologia che preparazione degli attori.

E si finisce con un piccolo glossario degli strumenti etnomusicologici, come l’organetto, o fisarmonica bitonale, un tempo sempre presente nei momenti della vita contadina. L’organetto viene detto anche “nonno della fisarmonica” e in Abruzzo arrivò tramite i pellegrini di Loreto che lo riportarono come souvenir dalla vicina Castelfidardo. E ha rafforzato i legami tra le due regioni, per le quali persiste una “cuginanza” non soltanto calcistica.

Carlo Di Silvestre, laureato presso il DAMS di Bologna nel 1984, con Roberto Leydi, uno dei maestri fondamentali dell’etnomusicologia italiana, dagli anni ’80 si dedica alla ricerca del campo, scegliendo i luoghi più sperduti d’Abruzzo. Ha lavorato per la RAI e ha organizzato e organizza diverse kermesse in tanti luoghi con gli strumenti dell’antropologia della musica.

E presto il “Passagallo”, la compagnia fondata da Carlo nel 1998, quando nasceva il comprensorio delle Terre del Cerrano, l’ultima propaggine costiera della provincia di Teramo verso Pescara, vivrà i rituali del solstizio estivo con la notte di S. Giovanni, ahinoi, messa in soffitta, con la bottiglia e l’albume dell’uovo, e forse anche con i comparatici, perché come diceva il fotografo- etnografo di Serramonacesca, Valerio Di Valerio: “le cose che nen fa quatrine/ se leve”.

SANTINO VERNA

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