DIARIO CINESE – GIORNI TIBETANI 2

di Gabriella Savini
Seconda parte
A partire dal 7 novembre p.v. tutte le foto di DIARIO CINESE saranno pubblicate su GALLERY (ci si accede dal menu principale).
Giorno 4 con 5 e un po’ di 6!
Può un viaggio contenere un altro viaggio? Sì, non ci sono altre risposte per giustificare le 40h passate in treno. Imbarco a Pechino sul treno Z21 con destinazione Lhasa. 3753 km di linea ferroviaria. Un viaggio nel viaggio che è servito a prepararci al Tibet e a favorire le relazioni.
Obbligati a condividere un ambiente ristretto per un tempo lungo, che sembrava scorrere anche più lentamente, accompagnato dalla visione di un paesaggio dagli orizzonti infiniti. È il Treno del Cielo da cui abbiamo ammirato il lago Qinghai e atteso il passaggio al passo Tanggula che, con i suoi 5072 mt, rappresenta il punto ferroviario più alto del mondo. La traversata è stata caratterizzata da momenti di grande convivialità, la capacità degli italiani di socializzare superando i limiti comunicativi della lingua è stata confermata ancora una volta! Basta alzare un calice, allargare le braccia e sorridere che al vagone ristorante parte una festa tutta abruzzese. La stupefacente visione del cielo stellato e dei paesaggi selvaggi e incontaminati del Tibet hanno dato un senso al consumo di pacchi di salviette umidificate utilizzate per garantire un’igiene personale minima, pratica ed efficace! Ma tanto puzzavamo tutti lo stesso!
Giorno 6
A Lhasa l’accoglienza ha il colore bianco della tradizione. Nella cultura tibetana si offre all’ospite una Khata, una sciarpa bianca, in segno di rispetto, benedizione, buona fortuna e sincera ospitalità. Un gesto che racchiude la storia di un popolo, il bianco simboleggia la purezza del cuore di chi offre il dono. Decisamente meno formali e distaccati dei cinesi con cui abbiamo interagito a Pechino.
Thagi sarà la nostra guida in Tibet, starà con noi tutta la settimana, imparerà a comunicare con me nel mio inglese (ci si comprendeva da far paura, altro che certificazione!), asseconderà le nostre richieste, tollererà i nostri ritardi e le nostre mancanze, ma alla fine, eh anche lui cede al calore di un gruppo che ha una sola voce.
Dunque, arrivati in hotel, Thagi ci ha chiesto due cose: riposo assoluto, questo per permettere al corpo di abituarsi ad una diversa altitudine; di non fare la doccia, per evitare abbassamenti di pressione. Ora, voi capite che dopo due giorni in treno, rispettare queste due cose era veramente impresa impossibile. Ho fatto la doccia, con acqua tiepida, poi mi sono riposata!
Giorno 7
Acclimatati, si parte verso via Barkhor per raggiungere il Tempio di Jokhang e successivamente il Palazzo del Potala.
La strada di Barkhor è una ubriacatura per i sensi. Non sai cosa guardare prima, quando il tuo sguardo si posa su qualcosa di interessante, un suono richiama l’attenzione da un’altra parte!
È una strada di pellegrinaggio circolare, non mancano tonfi sordi e pesanti, è il Chaktsal tibetano, la forma più alta di devozione. Il pellegrino avanza misurando la strada con la lunghezza del corpo. Ripetendo un rituale con lo scopo di distruggere l’ego, purificare il karma e accumulare meriti.
L’ingresso al Monastero di Jokhang è travolgente, ti accoglie un denso fumo sacro, un odore intenso di incenso resinoso e burro di yak rancido. Tutti i monasteri avranno lo stesso odore antico e raffermo, odori stratificati nel tempo.
Il Palazzo del Potala è il simbolo del Tibet, per secoli è stata residenza invernale del Dalai Lama e il centro del potere politico e religioso tibetano. Oggi il Potala è un immenso museo statale e patrimonio dell'umanità UNESCO. Pur essendo rimasto in parte vuoto dopo la fuga in esilio dell'attuale Dalai Lama nel 1959, continua a essere una meta di pellegrinaggio spirituale tra le più venerate al mondo, visitata ogni giorno da fedeli che ne percorrono il perimetro in segno di devozione.
Ho raggiunto la parte più alta del Palazzo sotto al guida attenta di Thagi, che continuava a ripetermi Slow steps per via dei 100 gradini e dell’altitudine (3700 mt).
Giorno 8
Questo giorno porta con sé il terzo viaggio, eh, dopo il treno un nuovo viaggio.
Abbiamo lasciato Lhasa per raggiungere il campo base dell’Everest, con il nostro transfer color terra di Siena naturale chiaro e l’autista dal cappello instabile, ogni volta che lo toglieva cominciava a guidare come un pazzo!
Infiniti spazi, montagne che si ergono come muri invalicabili, diventate divinità o dimore di divinità.
Cromatismi incantevoli, l’aria limpida rende la luce accecante, il cielo è di un blu profondo e irreale.
Lascia senza fiato il Lago Yamdrok con il suo brillante turchese.
Giorno 9
Finalmente don Guido ha incontrato l’Everest. Il suo desiderio più grande per ringraziare il Signore dei 50 anni di sacerdozio. La sua emozione è stata anche la nostra. Superare le difficoltà fisiche per ammirare il tramonto davanti al “Tetto del mondo” e stupirsi di tanta bellezza come un bambino che non ha mai visto bellezza. Quam magnificata sunt opera tua, Domine.

Giorno 10 e 11
Qui il mio racconto si fa confuso, perché non ho avuto modo di scrivere subito, ma l’esperienza è rimasta impressa. Il monastero di Sakya ha rappresentato il momento più alto di incontro culturale con la religiosità buddista tibetana. La sua fondazione risale all’anno 1000, ha custodito per anni una biblioteca segreta con 84.000 manoscritti e rotoli millenari.
Qui abbiamo incontrato i monaci della scuola Sakyapa, (Berretti Rossi), il cui leader è il Sakya Trizin, scelto per via ereditaria, questi monaci hanno il celibato opzionale. I monaci della scuola Gelugpa (Berretti Gialli) hanno il celibato obbligatorio e il loro leader è il Ganden Tripa e il Dalai Lama.
Immersa nell’oscurità dello spazio, dove fiammelle di luce danzano sulla maestosità del Buddha, rapita dalla profondità del loro canto corale, stordita dall’odore sacro, guardavo ai giganti mostri (cit. don Gabriele) pensando al mistero dell’Incarnazione, la maestosità della mia divinità si manifesta attraverso lo splendore e la fragilità di un bambino.
Giorno 11
L’ultimo monastero prima della partenza da Shigatse è quello di Tashilhunpo residenza del Panchen Lama seconda più alta linea di incarnazione del buddismo tibetano dopo il Dalai Lama.
In questo monastero la cappella del Buddha Maitreya, il Buddha del Futuro, è uno dei quattro pilastri storici della scuola del Gelugpa, Berretti Gialli.
Dopo l’ultimo monastero siamo tutti in grado di distinguere il Buddha del passato, del presente e del futuro dalla disposizione delle mani. Il Buddha del passato ha la mano destra sollevata all’altezza del petto con il palmo rivolto verso l’esterno, mentre la mano sinistra varia dal tenere il lembo del mantello o semplicemente pendente lungo il corpo. Il Buddha del presente la mano destra è appoggiata sul ginocchio destro e le dita toccano il terreno mentre la mano sinistra è adagiata sul grembo con il palmo rivolto verso l’alto. Il Buddha del futuro ha le mani impegnate nel gesto della ruota del Dharma (don Gabriele è bravissimo a fare la ruota del Dharma) i pollici e gli indici di ciascuna mano si toccano sulle punte formando due cerchi all’altezza del cuore.
Giorno 12
È arrivato il momento di far spazio ai souvenir in valigia, poi provare a chiuderla!
È arrivato il momento di salutare il Tibet, l’Asia, Thagi e Mara. Ecco non vi ho parlato di Mara, la nostra accompagnatrice, colei che insieme a Roberta ha progettato e programmato ogni giorno di questo viaggio. Mara è stata una presenza costante e risolutiva in molte situazioni complicate. È stata il mio google translate quando la mia ignoranza linguistica prendeva il sopravvento sulla mia convinzione linguistica! Ci ha accompagnata con garbo, ironia e competenza, vivendo insieme a noi l’avventura dell’incontro di culture e tradizioni lontane dalle nostre.
…Ora mi piacerebbe dirvi che ho scritto anche sul volo di rientro, ma la verità è che non ricordo neppure il momento del decollo! A Changdu sono salita sul volo 3U3895 alle 01.40 ero così stanca che ho chiuso gli occhi un attimo e mi sono svegliata a Roma!
I giorni di diario sono terminati, ma ho ancora qualcosa da riferire, vi annuncio quindi un Giorni cinesi special perché ci sono momenti in cui Celebrare ha il sapore unico di un dono che si rinnova nell’essenziale.
Gabriella Savini

