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DAMNATIO AD BESTIAS

Scritto da Gabriella Savini il . - 88 visualizzazioni

DAMNATIO AD BESTIAS

Il dipinto che accompagna il sussurro della settimana è la prima interpretazione, delle quattro versioni della serie l’Esecuzione, del pittore francese Manet. Questa prima versione, che rimanda alla pittura di Goya e al suo celebre La fucilazione del 3 maggio 1808, fu dipinta nel 1867 in seguito alla fucilazione dell’imperatore Massimiliano I monarca del Messico destituito da Benito Juarez.

L’evento indignò molto i francesi e il risentimento verso la politica di Napoleone III spinse l’artista a realizzare il dipinto da esporre al Salon. Tuttavia, l’opera fu respinta al Salon e anche all’Esposizione Universale di Parigi. Nell’ultima versione Manet porta chiarezza nell’atto esecutivo ma lo priva di sentimentalismo, blocca il tempo sull’azione di morte inflitta freddamente dal plotone d’esecuzione.

Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito americano, autore della strage di Fort Hood, sarà fucilato il 3 dicembre e la sua esecuzione verrà trasmessa in diretta streaming. Il capo del Pentagono Pete Hegseth ritiene che trasmettere pubblicamente l’esecuzione mostrerebbe le «gravi conseguenze» di simili azioni. L’Onu ha reagito definendo la scelta una forma di tortura: per l’Alto Commissariato, trasmettere un’esecuzione in streaming equivale a renderla pubblica e viola il divieto assoluto di trattamenti crudeli, inumani o degradanti.

Anche i vescovi statunitensi hanno parlato di «barbarie». L’arcivescovo Paul Stagg Coakley, pur non giustificando le azioni di Hasan, ha affermato che un’esecuzione pubblica promuove una cultura di morte e danneggia il tessuto morale della nazione.

La scelta della fucilazione potrebbe essere legata al recente fallimento dell’esecuzione di Christa Pike mediante iniezione letale. Trump, che ha ripristinato la pena di morte federale revocando la moratoria, tra il 2020 e il 2021 ha fatto giustiziare 13 persone: il numero più alto disposto da un presidente in oltre 130 anni. Secondo i dati di Amnesty International Italia sono 17 gli Stati che hanno effettivamente eseguito una condanna a morte, mentre sono 54 gli Stati che prevedono la pena di morte nel loro ordinamento. Il Protocollo n.13 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo del 1 luglio 2003 ha totalmente vietato la pena di morte in Europa, con le eccezioni geografiche di Russia e Bielorussia.

In Italia l’abolizione della pena di morte per qualsiasi reato, compresi quelli previsti dalla legge militare, è stabilita dalla Legge Costituzionale 2 ottobre 2007, n. 1 che modifica l’articolo 27 della Costituzione.

Il punto è che l’obiettivo fondamentale della comunità internazionale, dalle organizzazioni per i diritti umani dalle principali istituzioni giuridiche globali, ossia l’abolizione della pena di morte, sembra non essere più al centro del dibattito e che il principio di giustizia retributiva abbia preso il sopravvento.

Il punto è che non possiamo tornare al tempo di Scipione (146 a.C.) quando la damnatio ad bestias era organizzata come uno spettacolo e il condannato veniva divorato dalle belve nell’arena.

È profondamente sbagliato mostrare un’esecuzione in diretta televisiva. È inappropriato per ragioni di etica giornalistica, impatto psicologico sui telespettatori e rispetto della dignità umana.

L’atto di morire è il momento più profondo, intimo e umano dell’individuo, trasformarlo in spettacolo ne viola la dignità. L’aver commesso un reato non lo priva del diritto di morire con dignità. Personalmente ritengo la vita un diritto inalienabile di ogni individuo e sostengo che uno Stato non dovrebbe mai uccidere i propri cittadini, indipendentemente dalla gravità del reato commesso. La pena di morte non ha mai scoraggiato il crimine o restituito le vittime ai familiari. Mentre la spettacolarizzazione del dolore produce l’effetto reale della desensibilizzazione, l’abitudine alla brutalità, in barba all’empatia e alla compassione per la sofferenza altrui.

Dostoevskij dirà: «Uccidere chi ha ucciso è un castigo incomparabilmente più grande del delitto stesso. L'omicidio in base a una sentenza è infinitamente più terribile dell'omicidio commesso da un criminale.». Dostoevskij subì in prima persona il trauma dell’attesa della fucilazione e la tortura psicologica della certezza della fine matematica che annienta l’anima del condannato prima che il corpo venga ucciso. Nel suo capolavoro L'idiota, il principe Myškin dirà: «L'uccisione in base a una sentenza è incomparabilmente più atroce dell'uccisione per mano di un assassino. [...] Chi è ucciso dai briganti, sgozzato di notte in un bosco o in qualunque altro modo, spera sempre di salvarsi fino all'ultimo istante. [...] Ma nel caso della pena di morte, quest'ultima speranza, che rende la morte dieci volte più leggera, viene tolta con certezza assoluta; qui c'è la sentenza, e nel fatto che certamente non vi sfuggirai risiede tutta la terribile tortura, e non c'è al mondo tortura più grande di questa.»

Gabriella Savini

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