CROLLO DEL PONTE MORANDI
Opinioni \ Riflessioni
CROLLO DEL PONTE MORANDI: CROLLO DELLE CERTEZZE
Il crollo del ponte Morandi di Genova rappresenta anche il crollo di alcune idee e certezze che mi hanno portato a riflettere sia come cittadino che come tecnico.
Iniziamo come cittadino. Sono sempre stato un convinto sostenitore che lo stato debba lasciare ai privati lo svolgimento di molte attività e lasciare a se stesso pochi compiti, tra i quali la sicurezza dei cittadini. Non sono mai stato comunista in virtù di questo basilare principio della mia vita. Negli anni ‘90 l’Europa dice che non si deve più avere industrie di stato e che bisogna andare al libero mercato e ricorrere al privato. Io ci ho creduto.
Così viene smembrato l’IRI, gioiello italiano che ha avuto tantissimo merito nello sviluppo dell’Italia, creato dalla DC nell’immediato dopoguerra. Tralascio le polemiche di questi giorni per come sia stato svenduto e per chi l’ha svenduto.
Adesso mi guardo intorno e vedo che la Germania e l’Inghilterra, paesi più liberali del nostro, non hanno privatizzato la rete autostradale. Mi guardo intorno e vedo privati famelici e arroganti, con grandi guadagni e pochi investimenti. Ci ripenso, sono in dubbio, sono tramortito, la certezza svanisce.
La sicurezza dei cittadini viene prima di ogni altro principio. Se i privati, per troppa ingordigia, non hanno saputo garantire la sicurezza dei cittadini è meglio che le autostrade tornino allo Stato.
E vediamo il tecnico. Scuola Industriale di Pescara l’Ing. Antonio Alfieri (professore di meccanica e macchine) ci insegna a progettare con il grado di sicurezza. Questo significa che se una soletta doveva essere di 1 metro nella realizzazione per poco non raddoppiava. Triennio di ingegneria, il grado di sicurezza scompare dalla progettazione, e questo significa che se una soletta doveva essere di 1 metro rimane di 1 metro nella realizzazione. Non solo: spariscono i materiali tradizionali, e si utilizza il cemento armato precompresso, le campate si allungano, le altezze dei ponti aumentano. Il tutto per ridurre il peso del ponte e risparmiare sia sul materiale che sui costi.
Morandi e Nervi sono gli idoli di noi giovani vicini al fatidico sogno, vicini alla fatidica, sudata e agognata laurea. Abbiamo costruito opere meravigliose in Italia e nel mondo, abbiamo accorciato i tempi di percorrenza (da studente ci volevano 7 ore da Atri a Roma, oggi ne bastano 3), inoltre la rete è stata il volano dello sviluppo dell’intero paese.
Il crollo mette in discussione la realizzazione e l’ingegneria attuale. Ho sentito in TV soloni, che neanche sanno cosa significa studiare per diventare ingegneri, che sparlavano di tutto sul crollo del ponte. C’erano anche dei professori universitari di tecnica delle costruzioni che naturalmente tifavano per la loro idea o il loro progetto.
Ma stiamo calmi, stiamo con i piedi per terra e attenti a pronunciarci prima che gli esperti (nominati dal ministro Toninelli) non ci dicano le cause del disastro. La certezza, questa volta, non viene meno, ma sono sicuro che nelle prossime realizzazioni qualcosa cambierà.
La commissione ha fatto già trapelare che le cause possono essere diverse e sono d’accordo, ma per come ha ceduto il ponte, per me la maggiore causa è stata la rottura dei tiranti di acciaio per fatica.
Nicola Dell’Arena
