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CARI SUDDITI, LO STATO È LO STATO, VOI SIETE NULLA

Scritto da Alfio Carta il . - 1783 visualizzazioni

CARI SUDDITI, LO STATO È LO STATO, VOI SIETE NULLA

Libertà senza aggettivi

Il pensiero liberale è talmente indaffarato a combattere (e fa bene) l’oppressione fiscale, che talvolta si dimentica che le questioni di  libertà (senza aggettivi) sono più importanti di quelle puramente tecniche. A questo proposito vorrei proporre la lettura di un testo niente male dell’Istituto Bruno Leoni. Si chiama   Sudditi, ha un sottotitolo modesto: “Un programma per i prossimi cinquant’anni“, e una bella prefazione di  Nicola Rossi, ieri parlamentare della sinistra, oggi liberale; succede.

Il libro è interessante poiché il suo filo conduttore è quello della sudditanza. Attraverso una serie di interventi di vari esperti (a parte un certo gestore del fondo dell’Oman, chiamato Scacciavillani, che è liberale solo quando gli fa comodo) si tratta per lo più di interventi davvero  azzeccati. Non solo il fisco, che comunque ha un peso come è normale che sia, ma soprattutto il senso del rapporto tra cittadini e governanti.

La condizione di minorità degli italiani rispetto allo Stato non si esaurisce ai soli aspetti di carattere fiscale, ma investe moti altri campi. E da qui l’ambiziosa proposta secondo cui, ciò che nei prossimi cinquant’anni si deve cambiare è il rapporto tra Stato e cittadino,  che oggi si configura come quello tra il Sovrano e i suoi sudditi. Esso si traduce  in norme che non oserei neanche lontanamente immaginare nel rapporto tra privati   e prende la forma di una capillare e continua invadenza nelle vite di tutti noi.

Tutto ciò ha una storia e Giorgio  Rebuffa,  noto politico, docente universitario e  storico, da par suo,  ce lo scrive intrecciando le vicende del Risorgimento e la costruzione delle nostre regole di diritto pubblico.  Per farla semplice, il diritto pubblico, le sue norme,  godono di una certa eccessiva sovraordinazione, esuberante in certe condizioni economiche e politiche, maggiore forza oltre il necessario  rispetto a quelle che  valgono tra privati  ed al codice civile. E l’Italia, ormai stanca al punto da disertare le urne, dovrebbe per intanto liberarsi dal  giogo della burocrazia, oltre che da un fisco astruso ed ossessivo; condizioni difficili che  costringono importanti e storici gruppi industriali a passare sotto il controllo degli stranieri, come l’Italcementi dei Pesenti,  la Pirelli che comincia a parlare cinese, l’Indesit dei Merloni che già intona lo slang americano.  

Io, come tante altre persone, sono stato  più volte angosciosa  vittima dell’arrogante, ostentata iattanza dell’impunità della Pubblica Amministrazione in senso lato e sostengo, senza volerlo assolutamente giustificare, che ciò sia stato in parte dovuto ad “esigenze organizzative“ dello  Stato Risorgimentale  prima  e di quello recente del 1948, ordinamenti  di uno Stato in fieri, che insomma doveva  costruirsi e non  guardare troppo per il sottile.

Più prosaicamente  Giuseppe  Gioacchino  Belli,  in epigrafe al libro, recita “Io so io, e vvoi nun  zete un  cazzo, sori vassalli  buggiaroni, e zzitto”.

Alfio Carta

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