DAL GRANDUCATO DI MILANO AD ATRI PER LAVORARE LA SETA

ARLINI, DUE PALAZZI E UNA LUNGA STORIA

 

A metà del Corso Elio Adriano, sorge Palazzo Arlini, come si evince dallo stemma del cortile. Gli Arlini, provenivano da Pallanza, allora nel ducato di Milano, e attualmente in Piemonte, e giunsero in Atri, per la lavorazione della seta, nel XVI secolo. Si stabilirono nel centro storico, ed ebbero anche un altro stabile in Via Ferrante. Pertanto quando si parla di Palazzo Arlini bisogna specificare. La casa più vicina alla Cattedrale è un’elegante costruzione. All’interno le vetrate policrome con Dante e Virgilio, realizzate dal Prof. Alfredo Ferzetti, maestro vetratista di Atri, per il Prof.Guerino Armidi, insigne latinista, scomparso prematuramente nel 1967. Dal palazzo si gode un ottimo panorama.

Nella parte superiore dello stabile del Corso, abitò Antonio Di Jorio, il padre della canzone abruzzese, giunto in Atri nel 1921 e meravigliosamente accolto dalle famiglie facoltose che esercitavano così il mecenatismo. Tra queste la famiglia Arlini. Vi abitava con la moglie Caterina Rafanelli e la figlia Pasquina, nata in Atessa, ma sempre con il rammarico di non esser nata nella città dei calanchi. Tra gli amichetti il Dott. Gaetano Lauri che abitava in Piazza duchi d’Acquaviva che negli anni universitari a Roma coltivò la passione della recitazione.

Di Jorio era maestro di cappella della Cattedrale di Atri, incarico precedentemente assolto da Tobia Perfett, diplomato al Conservatorio di Pesaro e poi emigrato in Brasile. Tra i compiti quello di suonare alle esequie. Ed erano offerte in natura o in denaro da parte dei parenti del defunto. Un giorno il maestro si era affacciato dalla finestra, ed erano già parecchi giorni che non c’erano lutti in Atri. Chiese informazioni sui morti ad un vicino di casa il quale gli rispose scherzosamente: “Maestro non posso uccidervi nessuno!”.

Nella cappella privata degli Arlini era la statua dell’Addolorata. Quando nel 1935 l’Arcidiacono Raffaele Tini decretò la riforma della processione del Cristo Morto, il simulacro mariano da S. Francesco sarebbe stato trasferito in Cattedrale, per l’uscita simultanea delle statue. Per evitare questo, bisognava dotare la Cattedrale di una statua processionale dell’Addolorata. Questa fu venduta all’asta e da palazzo Arlini fu trasferita alla chiesa di S.Reparata, nel transetto destro dov’era l’altare di S. Michele Arcangelo, con la copia della tela di Guido Reni conservata nella chiesa romana dell’Immacolata, dove dimorò per lunghi anni P. Mariano da Torino, il primo volto religioso del piccolo schermo. Il quadro fu trasferito in sacrestia e gli atriani non protestarono. In fondo si trattava del protettore della vicina (e rivale) Città S.Angelo che in tempi recenti aveva ottenuto l’Istituto Magistrale, a svantaggio di Atri. Alcuni secoli prima aveva caldeggiato il trasferimento della sede vescovile di Atri e questo significò la deposizione del Vescovo Amico Bonamicizia, il cui corpo fu tumulato nella Collegiata. Negli anni della riforma della processione del Venerdì Santo cominciava lo sviluppo di Pescara, con la fusione dei due comuni alla foce dell’omonimo fiume, e Atri perdeva lentamente il suo predominio nell’Abruzzo costiero.

La cappella di patronato nella Cattedrale si trova all’ingresso della navata sinistra. Il biscione visconteo che sormonta la pala segnala l’origine milanese della famiglia. Tuttora gli abitanti di Pallanza si sentono più lombardi che piemontesi, dato che la sponda occidentale del Lago Maggiore è piena di meneghini durante le vacanze. La pala (XVII sec.) raffigura una sacra conversazione nella parte superiore, con la presenza di S. Carlo, nato nell’ultima propaggine piemontese verso la Lombardia e fresco di canonizzazione quando fu realizzata l’opera, mentre in quella inferiore è la Liberazione delle Anime SS.del Purgatorio, tema caro alla Riforma Cattolica. Nel 1958 l’altare (impropriamente detto “cappella”, perché non è un vano annesso alla navata come quella del Santissimo)  fu restaurato dalla Signora Renata Ferrari-Arlini.

Nell’androne retrostante degli Arlini, delimitato dall’arco chiuso un tempo da un cancello, era il forno di Adele Ferretti Celsi, quello di “Deline”, esercizio che ricorre pure nella poesia in vernacolo di Antonino Anello. Il laboratorio, ereditato dalla figlia Concettina, recentemente scomparsa, aveva pure un piccolo angolo di generi alimentari, gestito da Antonio Iommarini, quando la sola Capo d’Atri aveva sei esercizi di alimentari. Il centro era allora popolato. Il panificio forniva il 13 giugno il pane di S.Antonio, portato per la prima Messa della mattina nella chiesa di S.Francesco. L’andirivieni tra chiesa e il forno era la colonna visiva del lungo giorno. Quando la festa, in tempi recenti, coincideva con il Corpus Domini, il pane dopo la Messa mattutina veniva portato in Cattedrale.

Ora Palazzo Arlini è sede dell’Agenzia di Promozione Culturale della Regione Abruzzo, quello che precedentemente era il Centro Servizi Culturali. Per alcune edizioni ha ospitato la mostra estiva “Atriarte” con tanti pittori della domenica, come la Prof.ssa Wanda Cichetti e la Dott.ssa Giulia Zauli-Naldi, peraltro anche fotografa con particolare predilezione per gli aspri paesaggi abruzzesi e le aride aree africane. E scultori come Giuseppe Antonelli, all’inizio della seconda giovinezza artistica, accanto all’allievo e nipote Ugo Assogna. La Sala del Caminetto, luogo di ritrovo della famiglia Arlini, ospita incontri culturali, come i laboratori didattici condotti da Ettore Cicconi, fondatore del Museo Etnografico.

Il palazzo si affaccia sulla piazzetta, la Piazza Martella, paragonata dal Dott. Aristide Vecchioni ad alcuni angoli di Parigi. Peccato il carosello di macchine.

SANTINO VERNA