Piergiorgio Maria Cipollini

"Ci ha donato la sua splendida follia"

di Francesco Anello

Era il 12 gennaio del 1980, il Teatro Minimo Atri presentava lo spettacolo “Vita di Paese” di Alberto Anello per la regia di Piergiorgio Maria Cipollini, io avevo 13 anni e per la prima volta recitai nella compagnia. Il successo di Vita di Paese fu strepitoso, ricordo il teatro gremito come poche altre volte mi è capitato di vedere, Piergiorgio si presentò sul proscenio a ricevere i calorosi applausi del pubblico vestito di tutto punto, elegantissimo, con giacca, papillon e l’immancabile sciarpetta bianca, noi lo chiamavamo scherzosamente, Luchino, dove Luchino sta per Visconti, naturalmente, con tanto di targa appiccicata sulla porta del suo camerino dove a turno noi attori passavamo per il trucco che egli stesso ci curava con maniacale attenzione alle sfumature cromatiche. Alla fine di ogni seduta si autocompiaceva del risultato ottenuto e diceva: “Specchiati guarda che capolavoro”, poi, con il ghigno di chi la sapeva lunga, aggiungeva: “voi del trucco non avete nemmeno l’idea”. Così come non avevamo nemmeno l’idea della scenografia, delle luci e di tutto il resto, come spesso amava ricordarci. Lui è stato il primo regista con il quale ho lavorato ed è stato lui a dare il nome alla compagnia Teatro Minimo Atri.

Da quel giorno tante altre volte abbiamo collaborato, non solo nel campo teatrale. Come non ricordare, ad esempio, il periodo in cui nei giorni della settimana santa lui ci invitava a voler far parte della confraternita del SS Rosario, indicandoci i vari ruoli di incappucciato o di Priore. Quando arrivava il momento della processione del venerdì santo Piergiorgio ci faceva schierare dinnanzi all’imponente Calvario ai piedi della chiesa di San Domenico e dopo il passaggio della statua del Cristo Morto, scandendo puntuale l’andatura “Cielo-Terra”, ordinava il nostro austero, perentorio e dolente incedere nel corteo.

Oppure, come dimenticare il periodo araldico, quando nel 1998 allestimmo il primo corteo storico, da lui ideato, con più di trecento figuranti, 30 cavalieri e oltre 20 tamburini, tutti di Atri e voluto fortemente dall’allora assessore alla cultura Gabriella Liberatore. Quattro mesi di intenso e duro lavoro, insieme anche a mio fratello Alberto e Elio Forcella, in cui tutto divenne araldico, dal cane di Daniele Laudadio paggio ufficiale dei Duchi D’Acquaviva alle birre che Brunetto Latini (soprannome per l’occasione affibbiato a l’ex presidente della Proloco Bruno Di Febbo il più araldico di tutti), ci offriva dopo le prove.

Potrei raccontare altri mille e mille episodi che ho vissuto con Piergiorgio: dalla preparazione del carro allegorico con i fiori di Sanremo per il decennale della sfilata dei carri trainati da buoi, a l’allestimento del presepe tardo rinascimentale nella chiesa di San Domenico quando, in mancanza della statua di San Giuseppe, Piergiorgio pensò bene di sostituirlo con la Statua di San Liborio, tant’era la somiglianza, a detta sua. Si perché le nostre avventure erano sempre infarcite di una buona dose di trovate stravaganti, spesso esilaranti e che poi, in fin dei conti, sono state le cose più belle, quelle che ricordo con vera gioia.

Teatro, storia, cultura, arte, racconti, aneddoti romanzati, battute a crepapelle, sogni. Piergiorgio è stato tutto questo, a volte i suoi modi potevano risultare eccessivi, forse estremi, ma erano anche la sua forza, a volte era intrattabile, introverso, lunatico, ma poi diventava gioviale, generoso, amabile. Lui era così nel bene e nel male, prendere o lasciare, come spesso amava dire lui era “senza mezzi termini nel modopiù assoluto”.

Piergiorgio Cipollini è stato un pezzo di Storia di Atri, con lui se ne va un interprete del vero carattere atriano: orgoglioso, fiero, polemico, a volte snob, amante del bello, epicureo e bacchico, artistoide e geniaccio. Io ho avuto la fortuna di conoscerlo, di collaborare con lui a tanti progetti che abbiamo realizzato per questa nostra città. Era il periodo in cui si pensava che organizzare manifestazioni di ricerca storica, allestire spettacoli teatrali, sperimentali se vogliamo, come fu anche l’esperienza degli anni della Passione di Cristo, prima itinerante e poi all’interno delle varie chiese, coinvolgendo tanti giovani e meno giovani atriani era il modo migliore per vivere l’arte, respirarla a pieni polmoni così da far crescere la nostra comunità.

Noi lo credevamo un tempo.

Piergiorgio è stato uno dei protagonisti di questo tempo, ci ha insegnato tante cose, ci ha donato la sua splendida follia, ci ha regalato momenti indelebili che rimarranno per sempre scolpiti nella memoria di chi come me li ha vissuti e assaporati.

Quel tempo è passato e non tornerà più, ora è il tempo dei “Giganti”, come aveva previsto Luigi Pirandello nel suo testamento teatrale “I Giganti della Montagna”.

Il 25 agosto del 2005 Piergiorgio mi invitò a passare a casa sua poiché doveva parlarmi. Io mi recai subito da lui, egli, senza tanti giri di parole, andò nel suo studio e poco dopo tornò con in mano un copione, mi disse: “Questo è il manoscritto originale di “Processo” il testo teatrale che ho scritto sui tumulti avvenuti ad Atri il 15 febbraio del 1906 durante la rivolta del contado, te lo dono, voglio che lo tenga tu e magari chissà un giorno forse potrai realizzarlo”. Non aggiunse altro, appose la sua firma sul copione ai margini di una personalissima dedica e me lo consegnò. Io lo ringraziai, bevemmo un goccio di Rum parlando del nulla poi lo salutai.

Un gesto di fiducia e di stima che non potrò mai dimenticare. Piergiorgio Maria Cipollini è stato anche questo.