ROBERTO GERVASO: UN GIORNALISTA CHE RACCONTAVA L’ITALIA

Ha esalto l’ultimo respiro nel giorno della festa della Repubblica, con lo strascico del coronavirus, Roberto Gervaso, uno dei protagonisti della comunicazione del XX secolo, allievo di Indro Montanelli. Quasi il figlio del toscanaccio, come si sussurrava in ambienti giornalistici. 

Gervaso era nato il 9 luglio 1937 a Roma, da padre calabrese e madre patavina. Presto la famiglia si trasferì a Torino, dove Roberto si diplomò. Come regalo per l’ottenuta maturità,  il viaggio a Roma, dove voleva incontrare Indro Montanelli. Il giornalista di Fucecchio, pur non avendo molta simpatia per la città eterna,  mettendole davanti l’efficienza di Milano, aveva casa a Piazza Navona, dirimpetto alla Basilica di S. Agnese in Agone, a lato di S. Giacomo degli Spagnoli, chiesa sbrigativamente riportata nelle guide turistiche. Indro spronò il giovane Roberto a conseguire la laurea e a prendere la strada del giornalismo.

A laurea avvenuta, Gervaso entrò nell’agone dell’informazione, dedicandosi in particolare alla storia. Affiancò Indro Montanelli per la storia d’Italia, anche se l’opera non entrò mai nel mondo accademico. Celebre la biografia su Cagliostro.

Come personaggio televisivo, Gervaso fu conduttore di “Peste e corna”, su Rete 4, dove in pochi minuti, rispondeva a lettere di telespettatori e parlava della situazione nazionale e internazionale. La trasmissione fu ampliata con la modifica nel nome, “Peste e corna e gocce di storia”, e qui è potente la lezione del maestro toscano. Un popolo che non conosce la storia, non ha né passato, né futuro, soleva dire Montanelli.

Aveva una casa a Spoleto, all’ombra del Duomo, dove si ritirava per lo studio e la redazione di articoli. Per motivi di salute in questi ultimi anni non era più andato nella cittadina umbra, divenuta famosa dopo la IIa guerra mondiale, non solo per il Festival dei due mondi (e siamo nel momento rovente dei preparativi, limitati dal covid19), ma per la presenza di intellettuali e imprenditori romani, pieni di idee e dialogo culturale. Roberto Gervaso aveva un debole anche per Assisi e Todi, le più belle città dell’Umbria diceva, ma la scelta della villeggiatura è caduta sul luogo natio di Walter Tobagi che ricordiamo a 40 anni dalla tragica scomparsa.

Certamente Spoleto era più calma di Roma, una mattinata nell’antica capitale longobarda era più fruttuosa di 24 ore nella capitale. Lo avevano compreso nel Medioevo i Papi, complice la canicola e le lotte tra fazioni capitoline, presenti a Spoleto in determinati periodi dell’anno, come a Orvieto, Assisi e Perugia. E questo fino alla cattività avignonese.

Gervaso componeva aforismi come Flaiano. Non era sicuramente di sinistra, come il suo maestro di Fucecchio. Negli ultimi anni di vita, finito l’incubo sovietico, Montanelli non si riconosceva più nella destra attuale. Era rimasto l’anarchico conservatore, leader d’opposizione e bastian contrario di un’Italia che dona il meglio di se stessa soprattutto nell’emergenza.

Roberto, come Indro, aveva sofferto la depressione. E ne era uscito qualche anno fa. Possedeva tanti libri, e circa 300 papillon, quei cravattini raramente portati da Montanelli, riconoscibile in inverno per le maglie dal collo alto o in calda stagione per la convenzionale cravatta sulla camicia. Montanelli parlava con gradevole inflessione toscana, Gervaso aveva un accento indefinibile, tra il romano e il milanese.

Gervaso è stato un giornalista colto e preparato, forse all’antica, profondo analista della situazione del Bel Paese. Con una punta di pessimismo e tanta ironia.

SANTINO VERNA