Affettuosa memoria

RICORDO DI NINO D’ALESSIO

Il 3 agosto 2019 concludeva la giornata terrena, Nino D’Alessio, protagonista del folklore atriano. Era nato il 15 gennaio 1943 da Giovanni e Genoveffa Manco e battezzato con il nome del nonno paterno, Costantino. Aveva appena fatto in tempo a conoscere il nonno e lo zio, Prof. Luigi Tascini, valente ebanista e insegnante alla Scuola di Arti e Mestieri di Atri, la cui opera è ancora visibile al Museo Capitolare.  Il papà di Nino, Cav. Giovanni, era funzionario comunale e articolista e amico del Maestro Antonio Di Jorio.

Nino, grande sportivo, praticò la pallacanestro, la disciplina più amata nella cittadina dei calanchi e molti lo ricordano con il fratello Ivan, nelle partite in Piazza Duomo. Il sagrato della Cattedrale diventava arena di basket, con grande partecipazione di atriani e forestieri.

La passione teatrale di Nino fu vissuta al Teatrino “Mandocchi” tra la fine degli anni ’50 e i ’60, quando la TV timidamente si imponeva nelle case, con la regia di Domenico Muscianese Claudiani. Nino fu protagonista dei “Siparietti” dopo la stagione di Giovanni Verna, Michele Cellinese, Giulio Pisciella e Gino Santarelli. La spalla era Bruno Zenobio. Era il teatro “fatto in casa” di Atri con battute in italiano e in dialetto. Dietro le quinte Pino Perfetti, collega di Nino all’ospedale, attento osservatore di momenti di vita popolare della città acquaviviana.

Nino D’Alessio, nel 1974 fondò con altri concittadini, il coro “Antonio Di Jorio”, come ha ricordato nel post il Maestro Prof.Cav. Concezio Leonzi, attuale direttore. Debuttò, la sera del 14 febbraio al Comunale, e con la compagine corale visse la felice stagione iniziale, con la direzione del Maestro Cav. Glauco Marcone, non solo in Atri, ma in tanti luoghi, al di qua e al di là delle Alpi.

Cavallo di battaglia, “Lu Sant’Antonio”, canto popolare trascritto da Ettore Montanaro, quando l’etnomusicologia muoveva i primissimi passi, e diffuso da Ennio Vetuschi con il coro di Teramo. La voce pretuziana era del chietino Raffaele Fraticelli, con la caratterizzazione di “zì Carminuccio”, colonna sonora meridiana di tanti abruzzesi. Nino dava l’accento atriano alla canzoncina, la cui brevità è giustificata dall’esecuzione a tambur battente, casa per casa, la vigilia di S. Antonio Abate, quando nei paesi di montagna e dell’entroterra, frotte di ragazzi, auguravano benefici nel nome del patriarca del monachismo e ottenevano dal padrone di casa doni in natura.

Nino eseguì il brano nell’estate del 1989, a Capo d’Atri, in occasione della festa di Via Picena, con l’organizzazione di Vincenzo Melchiorre Ricci. Qualche mese dopo, fu intervistato per RAI 1 da Monica Leofreddi, per “L’Italia che si sveglia”, contenitore di “Uno mattina” sui paesi d’Italia. La mattina del 5 dicembre le telecamere arrivarono in Atri, per la sfilata dei “faugni” e Nino era tra gli organizzatori. Pur non essendo l’orario dell’accensione, i “faugni” arrivarono in piazza, con il sottofondo delle campane e della banda e Nino con entusiasmo illustrò la kermesse atriana.

Fu anche organizzatore della sfilata dei carri del 15 agosto, tradizione nata nel 1973, per colorare il pomeriggio dell’Assunta. Era la riproposta della Maggiolata, il cui inizio è da rintracciare all’inizio del XX secolo, quando la location era la via più larga della cittadina, Corso Elio Adriano.

Tornato nel coro folkloristico, rinato nel 2004, con la presenza degli iscritti di più esperienza, Nino D’Alessio è stato protagonista della nuova stagione, con la direzione del Maestro Concezio Leonzi. Subito si è cimentato con la commedia musicale “Paese mè”, con i brani di Antonio Di Jorio e una storia d’amore tipica dei tempi passati.

Nino ci ha lasciati proprio mentre Atri si preparava al momento clou del folklore, la sfilata dei carri con i buoi e la rassegna di cori in Piazza duchi d’Acquaviva. Siamo vicini alla moglie Paola, ai figli Giovanni, Stefano e Aligi, sapendo che la morte non è l’ultima parola e i nostri trapassati vivono sempre nel nostro cuore con la memoria che ci sostiene negli attimi grigi della vita e in quelli policromi di gioia.

SANTINO VERNA