IL...PROFUMO DELLE TRADIZIONI

LA METEREOGNOSTICA DEL SOLSTIZIO
INVERNALE IN ATRI

Raccolgo da Giovanni Palma, 84 anni, atriano trapiantato a Bologna, il proverbio “A Capudanne nu passe de galle/ a la Pasquette nu passe de caprette/ a Sant’Antuniecce/ n’urecce”. I contadini e i paesani erano esperti di metereognostica, sempre condita dai proverbi popolari, dove traspariva la profonda fede, con lo sgargiante santorale.

Il solstizio invernale, con la fine della fase discendente del sole e le giornate che pian pianino cominciano ad allungarsi, è caratterizzato in Atri, nella sua prima parte, dall’accensione dei fuochi, prologo delle Messe in orario antelucano. I contadini, per sfidare il buio, salivano a S. Maria con i “faugni”, cristianizzazione dei fuochi di Fauno.

Nella seconda parte, dalle tre vigilie: Capodanno, Epifania e S. Antonio Abate. L’ultimo giorno dell’anno civile, festa di S. Silvestro, antico patrono della vicina Mutignano (poi sostituito da S. Ilario martire e celebre è l’inno composto da Don Edoardo Fino, con la musica di Aniello Polsi), è dedicato velocemente agli auguri, mentre in Cattedrale o nella chiesa che la sostituisce si tiene il Te Deum di ringraziamento, alla presenza del Sindaco e della Giunta. Il veglione di S. Silvestro, solo dal miracolo economico ha preso le tinte della società consumistica, perché in precedenza era una sobria cena, a base di carne.

La vigilia dell’Epifania, o Pasquetta (prima Pasqua dell’anno), non ha mai avuto particolari rituali in Atri, a differenza di altre aree abruzzesi dove si esegue la “Pasquetta”, con squadre formate da cantori e suonatori, dotati di strumenti etnodemologici. In questi ultimi tempi si sono aggiunti figuranti, nella parte dei Magi, in camici bianchi fermati da cordigli confraternali e avvolti in sacri piviali dimessi dalle sacrestie. Il giorno dell’Epifania è dedicato al bacio di Gesù Bambino, dopo le Messe nelle chiese della cittadina. Talvolta questa tradizione è trasferita alla domenica seguente, festa del Battesimo di Gesù, ancora nel tempo di Natale, anche se Gesù è ormai trentenne e si sottopone al lavacro nel Giordano. Il Battesimo, una delle tre epifanie del Signore con l’adorazione dei Magi e il primo segno del Signore a Cana di Galilea, cade nella domenica tra il 7 e il 13 gennaio.

In questi ultimi anni, per alcune edizioni, c’è stata la colonizzazione antropologica del “canto della stella”, promosso dalla Parrocchia di S. Maria nella Cattedrale per sensibilizzare i ragazzi all’infanzia missionaria. E’ un canto, diffuso in Trentino, portato di casa in casa nei giorni precedenti l’Epifania, dove si sottolinea la stella che guida i Magi a Gesù Bambino.

La vigilia di S. Antonio Abate, è caratterizzata dalla rappresentazione musicata del S. Antonio, le cui origini risalgono al XIV sec., quando un giullare dell’Italia Settentrionale, compose la “Historia Sancti Antonii”. Il clima del Concilio di Trento valorizzò questa forma di catechesi popolare, dove il Santo lottava contro il demonio e lo vinceva con la preghiera e il digiuno. Fino alla prima metà del XX sec. la rappresentazione mantenne toni popolareschi, con il testo dialettale, per assumere forme melodrammatiche. Un tempo il giro delle case era un’esigenza per racimolare doni in natura, come prosciutti, lardo, formaggi e vino, anche per sfidare i rigidi inverni atriani.

Il giorno 17 c’era la benedizione degli animali della campagna, portati a S. Maria. Atri è stata sempre una cittadina agricola e non stupisce più di una presenza dell’immagine di S. Antonio Abate tra il sottempio e la Basilica di S. Maria. La tradizione si affievolì e scomparve, forse anche per dimenticare il passato rurale con le manie avveniristiche. Nel 2002 il rito riprese, per interessamento del Prof. Antonio Pavone, la collaborazione di Raffaele Pavone, e l’accoglienza di Don Paolo Pallini, nella Parrocchia di S. Gabriele, sul moderno sagrato, calcato dalle automobili.

Nel proverbio atriano, S. Antonio Abate è chiamato “Sant’Antuniecce”, forse per distinguerlo dall’omonimo taumaturgo al quale spetta il nome di S. Antonio, il Santo più grande. E’ stato il testimone della fede che ha meritato da Leone XIII il titolo di “Santo di tutto il mondo”, perché in ogni angolo della terra c’è una chiesa con la statua o il quadro di S. Antonio. A Serramonacesca invece, S. Antonio e S. Antoniuccio sono sempre S. Antonio di Padova, perché la prima dicitura si riferisce alla festa grande di giugno (data obituaria del taumaturgo e festa liturgica), la seconda a quella di settembre, con l’offerta dei doni.

In Sicilia, quando si dice S. Antonio il riferimento è all’Abate, mentre il Patavino è S. Antonino, perché Santo più giovane. Per sottolineare la giovane età (morì in uno spazio compreso tra i 36 e i 40 anni, anche se la maggior parte dei biografi propende peri 36), l’iconografia sin da subito lo ha raffigurato imberbe, non tanto un accenno alla cura della persona (dottore evangelico, difensore dei poveri, martello degli eretici, arca del Nuovo Testamento, barba o senza barba non è quello il problema!), ma la giovinezza e la freschezza della Chiesa che risplendevano in lui.

Grazie all’amico Giovanni Palma, il cui volto ha sempre una profonda commozione quando parla della sua Atri, dove torna con gioia quando può, per rinnovare il culto dell’amicizia, una stella cometa per il disorientato mondo di oggi.

SANTINO VERNA