DA SAN MARTINO AD HALLOWEEN

RIPRENDIAMOCI LE NOSTRE TRADIZIONI

L’attuale e tanto discussa festa di Halloween, in Abruzzo, era celebrata con un’altra modalità. Una festa simile si teneva nei giorni di S. Martino, periodo caratterizzato spesso da una fase mite dell’autunno, detta appunto “estate di S. Martino” anche se annullata dal proverbio meteorologico “Sante Martine/ la neve tra li spine” e da quanto sarebbe accaduto nell’ottava, ripetizione minore della festa, “San Martinelle/ la neva ‘nterre”. Il corrispettivo per la festa di Ognissanti era “Tutte li Sante/ la neve si fa avante”, quasi per indicare l’arrivo dell’inverno.

S. Martino, omologo occidentale di S. Nicola, era molto venerato in Abruzzo, perché una delle tre abbazie più importanti del Medioevo era quella di S. Martino in Valle, ai piedi della Maiella, nel comune di Fara S. Martino. Le altre due erano S. Liberatore a Maiella, nel comune di Serramonacesca, e S. Giovanni in Venere, nell’omonimo golfo, a Fossacesia. Il suo nome influì ovviamente nella toponomastica e si diffusero due versioni iconografiche: S. Martino “spaccamantello”, in ricordo dell’episodio del povero a cui diede metà del caldo vestito (ripreso nella biografia di S. Francesco) e S. Martino Vescovo, nei tradizionali abiti pontificali e con la corta barba grigia.

Nei giorni di S. Martino, frotte di ragazzi e giovani, andavano per le case con una zucca vuota dotata di fori per gli occhi, il naso e la bocca, cantilenando “San Martino! San Martino!”. Se il padrone di casa dava una lauta offerta tutto andava bene, se quest’ultima era modesta, gridavano “ruscicone, ruscicone”. In mancanza di doni gridavano forte l’espressione che allude alle dure prominenze che armano la testa di molti animali. Narra una leggenda che S. Martino portava sulle spalle la sorella e, durante un viaggio, dovette fermarsi per i bisogni corporali. Il Santo, temendo le insidie di un giovane, mandò la sorella in luogo appartato ma buttò alcuni sassi, perché se volavano gli uccelli era segno che nel luogo non c’era nessuno. Ma la sorella era d’accordo con l’amante, il quale teneva legati alcuni passerotti e appena S. Martino scagliò i sassi, li liberò in aria. E dopo nove mesi, la donna partorì.

A parte la storiella goliardica, il patronato di S. Martino sui mariti infelici, potrebbe derivare dall’allegria del vino spillato dalle botti. Vengono fuori quindi motteggi licenziosi e storie di infedeltà coniugali. Nel Medioevo le feste del vino erano dette “Martinalia”, dall’ovvio sostrato pagano. Il legame di S. Martino con il vino è sottolineato, invece, da un’altra storiella.

Il Vescovo di Tours girava per la predicazione e fu inseguito dai briganti. Cercò rifugio da un contadino, e si nascose dentro una delle tante botti vuote della cantina. I briganti lo raggiunsero, ma si accorsero che nelle botti c’era miracolosamente vino. Perciò ne bevvero fino a sazietà, caddero a terra ubriachi e lasciarono perdere il Santo che continuò così il cammino. Il relativo proverbio è: “A San Martino/ ogni mosto diventa vino”, facilitato ovviamente dalla rima baciata.

In Abruzzo, la festa di S. Martino è particolarmente sentita a S. Valentino in Abruzzo Citeriore, dove avviene un corteo goliardico con simboli scherzosi. In passato, la brigata durante il tragitto, si fermava qualche attimo in più sotto le finestre di quanti si ritenevano vittime dell’infedeltà coniugale, perché chi non partecipava aveva qualcosa da nascondere. L’origine della festa si fa derivare dalla dominazione borbonica, quando i potenti abusavano delle mogli dei contadini.

Un’altra festa si tiene a Scanno, con l’accensione delle “Glorie”, ma qui siamo già alle porte del solstizio d’inverno con i fuochi rituali, dai faugni di Atri ai focaroni della Val Vibrata, dal fuoco attorno al palo di Nerito alle fanoglie di Villalago. Come sempre, i protagonisti sono i più giovani, entusiasti di conservare la tradizione, facendo scherzi e baldoria.

In Atri, la festa di S. Martino è stata immortalata ne “Un Paese d’Abruzzo nella seconda metà dell’Ottocento” di Don Luigi Illuminati. Tra le poche tradizioni calendariali atriane ricordate, il docente messinese di adozione, ha voluto ricordare i motteggi della spensierata infanzia.

La globalizzazione delle tradizioni ha fatto dimenticare S. Martino e siamo arrivati ad Halloween, per una sorta di Carnevale d’autunno, a metà strada fra la ripresa della scuola e le vacanze di Natale. Se un tempo l’esposizione degli addobbi natalizi cominciavano con l’Immacolata Concezione, o comunque ai primi di dicembre, ora si comincia con la solennità di Ognissanti. Non si poteva in passato, neppure il suono delle zampogne, perché novembre, mese dei defunti, conservava il carattere di tristezza.

Il 31 ottobre era considerata vigilia, con la consumazione di pasti magri, per prepararsi alla festa di Tutti i Santi, certamente patinata dal dolore della perdita delle persone care, per la contiguità con il giorno seguente, ma sempre giorno di festa. E nessuno si sarebbe immaginato la “notte delle streghe”, peraltro festa del solstizio d’estate, connessa alla Natività di S. Giovanni Battista, quando si pensava al ritorno di Salomè che vagava nell’aria, perché condannata da un vento uscito dalla bocca del Precursore decollato.

E da “San Martino! San Martino!” siamo passati a “dolcetto/ scherzetto”, anche se i ragazzi di oggi, già segnati dall’anoressia e dall’ortoressia nel migliore dei casi, rifiutano educatamente i cibi molto calorici e chiedono più facilmente il soldino. Ma in questo caso, fa rima con San Martino.

SANTINO VERNA