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- Pubblicato Venerdì, 10 Aprile 2026
- Scritto da Gabriella Savini
Pace (dis)a(r)mata
Una settimana in cui i proclami di guerra e di pace si sono alternati al battito di ciglia dei potenti della terra che, smarrito il lume della ragione, navigano il mare nero della morte, mentre noi, naufraghi confusi e indifferenti, assistiamo impotenti ai loro giochi.
Vorrei gridare “basta”, ma gridano già loro e la mia voce non avrebbe eco.
Allora non mi resta che sussurrarvi di un evento, l’EOS, che si è tenuto a Parma dal 28 al 30 marzo 2026 e che ha suscitato in me una profonda preoccupazione.
EOS, European Outdoor Show è la fiera della caccia, del tiro sportivo e delle armi, aperta a tutti, giovani e bambini inclusi, con l'accesso agli stand, linee di tiro e prove di maneggio.
Fiera che, almeno secondo quanto afferma Il Fatto Quotidiano, è diventata anche meta di visite didattiche da parte di alcune scolaresche. E questo alla vigilia di un francobollo celebrativo dei 500 anni della Beretta, la più famosa e antica azienda italiana produttrice di armi, con emissione fissata per il 9 aprile.
È evidente che si sta cercando di creare familiarità con strumenti che di familiare hanno ben poco!
È evidente che l’attuale orientamento politico privilegi l’economia di guerra al benessere collettivo, con gravi ripercussioni sulla società e sui valori condivisi.
Ma l’introduzione dei ragazzi alle armi contrasta con i principi fondamentali dell'educazione alla pace, alla gestione non violenta dei conflitti e allo sviluppo dell'empatia.
Assistiamo alla normalizzazione della guerra come strumento per risolvere le dispute, la forza prende il sopravvento sul dialogo.
L’adolescente, già alle prese con la faticosa ricerca di autonomia e desiderio di affermazione, invece di essere accolto in luoghi protetti in cui crescere intellettualmente, si ritrova a familiarizzare con strumenti amplificatori di potere adulto: l’arma.
L’arma come protesi identitaria è un rischio da non sottovalutare, soprattutto nei contesti di marginalità, dove la conquista del rispetto passa attraverso la forza e la paura. Quando passa il messaggio che la forza è l’unico linguaggio efficace, che la forza prevale sulla mediazione, il processo educativo subisce un corto circuito.
La scuola pubblica ha il compito di formare coscienze libere e cittadini critici, non "addestrare cittadini obbedienti" attraverso modelli militari che possono essere percepiti come autoritari o repressivi.
Leone XIV nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2026 ha espresso il suo disappunto sulla promozione di «campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza».
Il Papa ha sottolineato come la pace sia: «disarmata e disarmante. Non è deterrenza, ma fratellanza, non è ultimatum, ma dialogo. Non verrà come frutto di vittorie sul nemico, ma come risultato di semine di giustizia e di coraggioso perdono. Metti via la spada è parola rivolta ai potenti del mondo, a coloro che guidano le sorti dei popoli: abbiate l’audacia del disarmo!».
Insegnare la difesa attraverso le armi è un paradosso educativo che può oscurare l’insegnamento di strategie di difesa non armata e civile, che sono i pilastri della convivenza democratica. L’immagine di un adolescente con un’arma in mano è tra le più polarizzanti della nostra epoca; sia che si tratti di un poligono di tiro sportivo, di una battuta di caccia tradizionale o della cronaca nera urbana, l’interazione tra minori e armi da fuoco e bianche, solleva interrogativi profondi sulla natura dell’educazione, sullo sviluppo psicologico e sulla responsabilità etica della società.
Il punto è quale modello di “forza” vogliamo trasmettere alle nuove generazioni? Quella che si esprime attraverso l’utilizzo di strumenti che sono scorciatoie di potere o quella che si manifesta con la capacità di costruire pace e risolvere tensioni attraverso il dialogo? E cosa cercano di comunicarci i ragazzi attraverso l’uso delle armi?
È evidente che l’uso delle armi propone un modello antropologico basato sulla violenza, l’arma influenza la costruzione della propria identità e altera la visione dei limiti, diventa un ostacolo per lo sviluppo delle relazioni e di una società sana.
Gli adolescenti hanno bisogno di coerenza educativa, di cura emotiva, di parole ferme, capaci di sorreggere il peso della loro esistenza, non di silenzi che spezzano la fragilità del loro essere.
Forse è proprio il silenzio che li circonda a spingerli verso soluzioni estreme che evidenziano il disinteresse e disprezzo verso la vita, a cui nessuno ha insegnato ad attribuire un valore assoluto.
I casi di violenza a scuola aumentano a dismisura, i ragazzi comunicano con il linguaggio silenzioso e imprevedibile dell’arma bianca, esprimono il loro disappunto, manifestano il loro disagio, nell’unico modo che conoscono, silenziosamente ed in modo estremo.
C’è una responsabilità degli adulti in tutto questo, che non passa attraverso posizioni autoritarie, ma attraverso l’educazione alla vita e all’affettività. Ho l’impressione che presi dal proprio io si fatichi a connettersi emotivamente con una generazione in piena emergenza relazionale.
Si fatichi, per esempio ad educare alla pace, a quella sensazione di benessere e soddisfazione che nasce dalla costruzione della propria identità, si costruisce nell’anima e si diffonde tutto intorno. Si fatichi ad amare dei piccoli umani che chiedono di essere amati per quello che sono, piccoli umani. Vedo intorno a me adulti impreparati davanti a queste richieste che altro non sono che rivendicazioni di educazione alla vita e alla pace disarmante.
Gabriella Savini




