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- Pubblicato Lunedì, 06 Aprile 2026
- Scritto da Gabriella Savini
VUOTI A RENDERE
Una Settimana Santa difficile, un'ondata di maltempo eccezionale ha colpito duramente il territorio, pioggia sulla costa e neve in montagna. Il freddo ha lasciato spazio ai banchi vuoti mostrando il volto sbiadito della fede. Seguire le antiche liturgie della Settimana Santa unisce i cristiani nella morte e nella resurrezione di Cristo, un percorso che passa attraverso il concetto di “svuotamento”, vi sussurro una riflessione sulla Kénosis, una chiave di lettura per comprendere la profondità del pensiero cristiano, una riflessione sulla condizione dell’uomo e della sua relazione con il divino.
Il concetto di kénosis, svuotamento, nel corso dei secoli, ha mantenuto vivo il discorso sulla natura dell’essere, del conoscere e della relazione tra Dio e l’uomo.
San Tommaso la considera parte integrante dell’unione indissolubile tra natura umana e natura divina in Cristo, è la chiave per comprendere l’esistenza del divino e dell’umano in una sola Persona. La sottomissione alla condizione umana è per lui la massima espressione dell’amore divino, legata al mistero della redenzione, perché attraverso l’Incarnazione e la morte in croce, Cristo riscatta l’umanità dal peccato e dalla morte offrendo a tutti la possibilità della salvezza.
Lo “svuotamento” di Gesù è un atto di profonda umiltà e amore verso l’uomo; una rinuncia alla sua divinità per sperimentare la condizione umana, dimostrando una obbedienza perfetta al Padre che lo porta alla morte e alla morte di croce.
Gesù non è un super eroe che usa i suoi super poteri per salvare il mondo, Gesù è il Salvatore, non è stato morso da un ragno, ma si è Incarnato, condividendo gioie e dolori con l’umanità; le sue capacità non dipendono da poteri esterni, egli è la fonte di potere che salva. Gesù non è il super eroe che vive nella comunità sotto mentite spoglie.
Gesù manifesta apertamente e coerentemente la sua natura umana e divina: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv. 14,9), svelando una natura divina che è Amore.
Tuttavia, non è propriamente la vista il senso che ci aiuterà a comprendere in che modo Gesù sia riuscito, attraverso lo “svuotamento di sé” a compiere la sua missione.
Šāma‘: ascoltare, lo si incontra più di mille volte nella Bibbia, dunque, il senso da chiamare in causa nella nostra riflessione è l’udito. L’udito chiama in causa la parola, non una qualsiasi, ma quella capace di vita: la Parola di Dio.
La storia dell’umanità inizia con l’obbedienza Genesi 1,3 “Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu”. Il mandante di questa obbedienza e la Parola di Dio; esecutore è il creato che ubbidisce. Ascolto e obbedienza sono indissolubilmente legati dal loro significato etimologico: Ob Audire: prestare ascolto. L’obbedienza e ascolto, nel libro della Genesi, rispondono alla Parola di Dio, garantendo all’uomo una vita in armonia tra tutte le creature.
All’uomo non basta ascoltare per obbedire, ma ha bisogno di discernere e interpretare per essere responsabile delle conseguenze delle sue decisioni.
Così il comando di Dio di non mangiare del frutto della conoscenza del bene e del male (Gen. 2,16-17) diventa invito alla responsabilità, con la conseguenza che l’ascolto e l’adesione conducono alla vita, mentre la disobbedienza alla morte.
Gesù ha una consapevolezza profonda della propria identità, della propria missione, Egli è il Figlio del Padre e si nutre aderendo alla Sua volontà (Gv. 4,34).
La similitudine cibo-obbedienza viene usata da Gesù per mettere in evidenza che l’obbedienza è sussistenza della sua stessa esistenza, così come il cibo è necessario per la vita dell’uomo, l’obbedienza al Padre è Relazione con il Padre, un intimo dialogo d’amore.
È questa l’obbedienza insegnata da Gesù nei vangeli: l’ascolto della voce di Dio per vivere in un intimo dialogo di amicizia e di amore.
I vangeli non raccontano di momenti di preghiera della Famiglia di Nazareth, il mio professore di Sacra Scrittura non approverebbe certe illazioni, ma è ragionevole pensare, essendo Maria e Giuseppe profondamente religiosi ed osservanti della legge, che abbiano inserito nella loro quotidianità la preghiera e che Gesù abbia imparato da loro. È ragionevole pensare che pregando insieme riuscissero a comprendere il significato più profondo del mistero delle loro vite, questo i vangeli lo dicono: “E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini. Sua madre, invece, serbava tutte queste cose nel suo cuore.” (Lc 2,51). È ragionevole pensare che in questa Famiglia “Ascoltare” fosse necessario per comprendere lo scopo stesso della loro missione. L’identità di Gesù è intrisa della consapevolezza di essere inviato di Dio, nella sua carne obbedienza e ascolto diventano una realtà che apre ad una nuova vita: “Come infatti a causa della disobbedienza di un solo uomo, i molti furono costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo i molti saranno costituiti giusti” (Rm 5,19).
Gesù mostra, con la sua vita, la connessione tra obbedienza e ascolto e la vita che garantisce: “Chi fa la volontà del Padre rimane in eterno” (1Gv 2,17). Gesù è il nuovo modo di ascoltare e comprendere la voce di Dio che in lui ricapitola tutte le cose (Ef 1,10). Condizione indispensabile per l’obbedienza è l’adesione interiore del cuore e della mente, accompagnata dall’amore (Dt 6,4-9), l’Amore che accompagna Gesù nell’obbedienza è lo Spirito Santo. Così Egli accoglie la parola, fa la volontà del Padre in un atto di libera obbedienza amorosa. La libertà di Gesù nel fare la volontà del Padre è piena, totale, una fiducia che si comprende solo in ragione di una comunione tra i Due, vissuta nello Spirito: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30), una unione piena, libera e autonoma perché vissuta in relazione nel Padre.
Padre, Figlio e Spirito Santo, “non stanno, come le persone umane, uno accanto all’altro, ma l’uno nell’altro a tal punto che formano un’unica autocoscienza, conoscenza e amore: un unico Dio”. È questo “essere una cosa sola” che darà nuova voce alla Legge, l’obbedienza ha una nuova porta: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).
Il punto è che svuotamento, ascolto e obbedienza, oggi, sembrano lontanissimi dalle nostre vite e dai nostri modelli educativi, il risultato di quest’assenza è il disastroso smarrimento dell’uomo. Spinti dall’accumulo, di beni, di esperienze, di follower, di performance, percepiamo l’accettare un limite come un fallimento, un vuoto deprimente. Senza la capacità di “svuotarci” rischiamo di rimanere soli, perché se pieni del nostro ingombrante ego perdiamo la capacità di accogliere l’altro e il trascendente. Vi ho già detto dell’ascolto, che richiede tempo e sospensione del giudizio, mentre i social addestrano a parlare e commentare velocemente, smarrita la capacità di ascolto si perde anche l’orientamento e ci si sente smarriti. Concludo con l’obbedienza, trasformato in sinonimo stabile di sottomissione, in una società che ha come dogma supremo il “non dover rispondere a nessuno”! Ma l’uomo che obbedisce solo a sé stesso finisce per diventare schiavo dei propri impulsi, vaga in un mare senza coordinate, dove ogni direzione è valida e nessuna ha senso.
Allora auguro a ciascun lettore una Pasqua da “vuoto a rendere”: per restituire il proprio sé rinnovato nelle relazioni, pronto ad accogliere la vita con gratitudine.
GABRIELLA SAVINI




