ASCOLTARE PROFONDAMENTE
PER DIALOGARE VERAMENTE

La lettura sussurrata di una notizia della settimana ricorda il filosofo e sociologo Jurger Habermas deceduto il 14 marzo.

Una figura, intensa e controversa, che probabilmente risulterà estranea o indifferente ai non addetti ai lavori, ma è stato il più influente pensatore del dopoguerra. Non voglio tracciarne una biografia, ma solo soffermarmi su alcuni elementi fondamentali del suo lavoro.

Convinto sostenitore del progetto europeo, proponeva un’identità dell’Unione basata sulla condivisione di valori democratici e diritti umani sanciti da una costituzione dove i cittadini si riconoscono nelle stesse regole di libertà e giustizia. Ha aspramente criticato una Europa ridotta a sola moneta e a regole di bilancio, proponendo una politica fiscale, sociale ed economica comune. Un fil rouge con la riflessione della scorsa settimana e in linea con i bisogni politici della nostra società ma che devo lasciar andare per far spazio ad altro.

La testata si chiama “Indialogo” e quindi coerentemente mi soffermo sull’opera più nota di questo filosofo: La teoria dell’agire comunicativo. Habermas sostiene che “la razionalità non nasca dall’imposizione o dal potere, ma dal dialogo tra interlocutori liberi e uguali. Da qui deriva la sua “etica del discorso”: una norma è giusta se può essere accettata da tutti coloro che ne sono coinvolti attraverso un confronto libero da costrizioni. Il fondamento della convivenza civile non sarebbe dunque la tradizione o la rivelazione, ma il consenso razionalmente argomentato”.

Ogni volta che comunichiamo gli elementi che rendono il possibile il dialogo sono: la verità, la correttezza, la veridicità e la comprensibilità. Questo dignifica che quando comunichiamo per farci capire ciò che diciamo deve corrispondere ai fatti, il discorso deve rispettare le norme sociali e il contesto, chi parla deve essere in buona fede e credere in ciò che dice, usando un linguaggio accessibile. Un tentativo ambizioso della filosofia contemporanea che le tensioni di questi ultimi decenni hanno reso più fragile. La procedura del dialogo razionale sembra arenarsi davanti alle strategie comunicative dettate dalle moderne tecnologie, dove regna sovrana l’assenza di ogni forma etica o morale.

Il dialogo è il metodo che sostituisce la violenza, fisica e verbale, nella risoluzione dei conflitti, è l’alternativa alla forza. Dialogare significa ammettere che la propria verità non è assoluta e che gli altri hanno il diritto di dissentire.

Il punto è che il dialogo ha bisogno di ascolto.

L’ascolto: un bisogno profondamente radicato nell’essere umano perché essere ascoltati significa essere riconosciuti come individui, essere ascoltati significa entrare in relazione, sviluppare consapevolezza di sé. L’ascolto non è solo sentire, ma apre alla responsabilità verso l’altro, significa fare spazio a ciò che si viene detto, accogliere ciò che non si conosce.

Come non ricordare l’esortazione di Giacomo 1,19 «Ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all'ira» un paradosso per l’uomo contemporaneo che vive tutto velocemente, che comunica puntando tutto sull’emotività e sugli istinti primordiali, aggirando il filtro del ragionamento logico e della razionalità.

Ascoltare profondamente per non agire e rispondere d’istinto, per non far prevalere la rabbia e migliorare radicalmente le nostre relazioni.

GABRIELLA SAVINI