Un affettuoso viaggio nella memoria

IL CORO “ANTONIO DI JORIO”  
NELL’ALBUM DEI MIEI RICORDI

In occasione del mezzo secolo di vita del coro “A. Di Jorio” di Atri, diretto dal Maestro Prof. Comm. Concezio Leonzi, voglio inserirmi nelle congratulazioni, proprio nell’imminenza della festa di S. Cecilia, protettrice della musica e dei musicisti. La giovane martire romana è sempre stata ricordata ad Atri, pur senza apparati rituali come per altri Santi, perché la musica scorre nelle vene di tutti i cittadini. Non c’è in Atri una Chiesa specifica con il culto di S. Cecilia, anche se, per diverse edizioni, fu festeggiata in S. Spirito (od. Santuario Diocesano di S. Rita), dove la celebrazione vespertina in suffragio dei defunti, c’era in tutto il mese di novembre, ovviamente con animazione della schola-cantorum.

Il primo ricordo del coro “Di Jorio” risale al 1982. In Piazza Duchi d’Acquaviva (all’epoca era denominata “Guglielmo Marconi”, anche se per gli atriani era semplicemente “del Comune”) si esibiva il glorioso coro, con presentazione di Ivana Vaccari, la prima giornalista donna della RAI di Pescara, passata subito dopo a Roma, e affermata telecronista sportiva. Il coro eseguì brani del repertorio abruzzese e molisano, con i cantori più esperienza provenienti dalla schola cantorum “S. Francesco”, richiesta da tante Chiese dei Minori Conventuali e non solo, per l’inossidabile preparazione degli elementi.

Il ricordo è accompagnato dal primo LP, inciso nel 1979, colonna sonora della mia infanzia, quanto le sigle dei cartoni. Ricordo il disco, con la foto dei coristi, sul sagrato della Cattedrale, e il direttore Prof. Alfonso Bizzarri, non in abito folkloristico, ma in giacca e pantaloni. Ma della copertina mi colpiva la scultura del coretto, di Giuseppe Antonelli. Una modesta formazione, dove spiccava il suonatore d’organetto. Quel bronzetto mi sembrava enorme, e quando lo vidi dal vivo, provai una piccola delusione. Comunque Antonio Assogna mi aveva avvertito delle modeste dimensioni. Da bambino pensavo al coro come luogo di lavoro di direttore e coristi. Avevo uno zio a Pollutri, Nicola Scampoli, maestro elementare e organista della Madonna dei Miracoli, per diversi anni direttore di un coro a Vasto. Se uno mi chiedeva: “Che mestiere fa tuo Zio Nicola?”. Rispondevo secco: “Il direttore del coro!”, eliminando la professione di docente, non perché ne sottovalutavo l’importanza, ma perché i cori folkloristici erano una realtà importante per il sottoscritto.

L’altro ricordo del coro, questa volta in versione sacra, le celebrazioni novembrine, in S. Spirito. I dieci-dodici cantori, salivano sulla controfacciata e il Prof. Leonzi accompagnava all’organo. Alcuni canti erano semplici, per aiutare l’assemblea, mentre dopo la Comunione era cantato il “De profundis”, in cui è invocata la Misericordia del Signore.

Il coro ha alimentato in me la passione delle tradizioni popolari. Soprattutto (oltre al Maestro), grazie a quattro cantori della prima ora: Antonino Anello, Nino Bindi, Elio Forcella e Quinto Paolini. Il Maestro Antonino Anello, veniva da mio Nonno per lavori di ebanisteria. In cortile cantava sempre durante le esecuzioni professionali, tanti brani di musica classica e folkloristica. Difficilmente musica leggera.

Nino Bindi, presentatore ufficiale, lo ricordo quando il coro era sul palco in Piazza del Comune, alla festa dell’Assunta 1989, con organico quasi del tutto rinnovato. Quello spettacolo seguì la presentazione del secondo LP, nel Chiostro della Basilica Cattedrale. Il brano forse più applaudito, con voce solista di Anna Tatasciore “Famme murì” (la stessa Anna interpretò la splendida “Ninna nanne pe n’angele” del Maestro Prof. Carmine Leonzi, di profondissima commozione), con musica di Antonio Di Jorio e testo di Cesare De Titta, il sacerdote umanista in sidecar.

Elio Forcella, ha cantato diversi anni nel coro, ma le nostre conversazioni vertevano più sul teatro, dato che è scrittore pluripremiato, in Italia e all’estero. Il primo ricordo di lui è proprio sulla foto di copertina del primo LP. Scoprii la sua identità, il primo maggio 1988, quando chiesi a Nicola Petrelli: “Chi è quel giovane che impersona Ponzio Pilato?”. E subito mi rispose: “Si chiama Elio!”. Ma tra coro e teatro non esistono conflitti, e la prova del nove, è il ridotto del Comunale, dove dal 1996 è presente l’archivio-museo del Maestro di Atessa.

Il Maestro Quinto, cantore di spicco, ha portato la musica nella scuola elementare, dove ha insegnato fino al pensionamento. Formò il corpo musicale dei “Camafri rossi” e ricordo nella semplicità della fanciullezza, l’esibizione, in Piazza Duomo, nell’aprile 1986, pochi giorni prima del disastro di Chernobyl. Mia zia Maria Teresa che mi portava ogni tanto nella casa del Maestro, per via della consorte, la Signora Marisa, maestra dell’ago e del filo, mi disse: “Gli alunni del Maestro Quinto, cantano a Santa Reparata”.

Cosa mi venne in mente allora? Durante i canti e le musiche dei miei coetanei, tra i quali Aurelio Breccione Mattucci e Gianni Della Sciucca, si poteva affacciare dal rosone, la vergine martire di Cesarea. Se cantano a S. Reparata, si dovrà pure congratulare. E magari sarebbe venuta qualche TV italiana o straniere, a riprendere quel fenomeno. E a pubblicizzare la Cattedrale di Atri, chiodo fisso che mi portò tante volte in treno a sfiorare i terreni di Jovanotti.

Sono stato contentissimo di aver avuto nell’infanzia il coro “Antonio Di Jorio” che in qualche modo ha contribuito a forgiare la mia anima atriana, perché l’arte e le tradizioni popolari aiutano sempre a diventare più umani e più giusti.

SANTINO VERNA