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- Pubblicato Lunedì, 16 Settembre 2013
- Scritto da Santino Verna
I BENEDETTINI AD ATRI
LE TRACCE STORICHE E ARTISTICHE DI UNA IMPORTANTE PRESENZA
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Abbiamo chiesto a Santino Verna la disponibilità a raccontare ai nostri lettori un volto poco conosciuto della storia della nostra città: la presenza di Ordini e Congregazioni religiose, maschili e femminili che, lungo il corso dei secoli hanno fortemente contribuito a disegnare non solo il profilo artistico ma anche quello sociale di Atri. Lo ringraziamo per aver accolto il nostro invito certi che i suoi articoli ci aiuteranno a scoprire le tracce di un passato che ci accompagnano verso il futuro.
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Il monachesimo occidentale, il cui padre è S. Benedetto da Norcia, patrono d’Europa, vissuto tra il V e il VI sec. arrivò subito in Abruzzo, per contiguita’ territoriale e anche perche’ il territorio dell’Italia centrale, con l’asperita’ dei monti favoriva l’”ora et labora” dei monaci.
I benedettini ad Atri sono attestati nel XII sec. e avevano le chiese di S. Maria e S. Nicola, sotto la giurisdizione della badia di S. Giovanni a Cascianello, di cui rimangono poche rovine, nel territorio comunale di Atri a Sud del Vomano.
Entrambi i cenobi subirono l’influenza della badia di S. Liberatore a Maiella a Serramonacesca e S. Clemente della Pescara a Castiglione a Casauria, oggi la prima nell’arcidiocesi di Chieti- Vasto, la seconda in quella di Pescara- Penne. I maestri lavoratori della pietra giunsero nella cittadina dei calanchi e lasciarono le opere in quella che non molto più tardi diverrà la Cattedrale di Atri. Vi erano senz’altro contatti con le badie di S. Salvatore a Castelli, S. Maria a Picciano e S. Giorgio ad Ornano, tutte una volta nella diocesi di Penne.
Il legame con la famosa badia di Serramonacesca, fino al 1973 sotto la giurisdizione di Montecassino, si puo’ constatare con il culto di S. Liberatore, non un testimone della fede che porta questo nome, ma il Cristo Signore, Liberatore dal peccato e dalla morte. Come S. Salvatore, nella maggioranza dei casi non e’ il francescano spagnolo di Horta, ma Gesù, Salvatore da ogni male. Per evitare l’equivoco e soprattutto per correttezza si dice SS. Salvatore.
A S. Liberatore fu dedicato in Atri un ospizio e un oratorio, in Piazza del popolo (od. Duchi d’Acquaviva), dove maturo’ la vocazione religiosa e missionaria il Beato Rodolfo, nel servizio ai mendicanti e agli infermi. L’ospizio era collegato internamente all’oratorio attraverso una porta che si affacciava sulla cantoria che sormontava la porta d’ingresso. Il collegamento scomparve nel 1935, quando ormai l’ospizio non c’era più, perche’ per volere dell’Arcidiacono Raffaele Tini l’oratorio fu trasformato in chiesa votiva dei caduti della Grande Guerra e gli fu data l’etichetta impropria di “cappella”. Il nome di S. Liberatore scomparve nell’accezione popolare, perche’ l’edificio fu da allora conosciuto e chiamato come cappella votiva.
La festa di S. Liberatore, si faceva un tempo il 6 agosto, in Piazza del popolo, con l’organizzazione di Gaetano Serrano. La data era quella della Trasfigurazione, istituita nel 1457 per ricordare la liberazione di Belgrado dai turchi. Quella data fu scelta anche per celebrare il SS. Salvatore. Simulacro del Liberatore, in gesso, utilizzato come Cristo Risorto, e’ custodito nella sacrestia di S. Spirito ed esposto al centro dell’altare- trono durante il tempo pasquale.
Erede dell’ospizio di S. Liberatore è l’omonimo ospedale, un tempo fiore all’occhiello della cittadina dei calanchi, indirettamente legato a S. Benedetto in quanto uno dei protettori degli infermieri. Infatti tra i tanti incarichi comunitari, il padre del monachismo occidentale stabilì anche il monaco infermiere che si occupava dei confratelli anziani e ammalati e anche dei forestieri e dei pellegrini che spesso ricevevano asilo e cure nei cenobi benedettini.
La chiesa di S. Maria in Atri, altrimenti detta Cattedrale o Duomo, si scambia facilmente per un edificio benedettino, per le sue linee romanico- gotiche. Per sottolineare il legame con l’Ordine di S. Benedetto il 14 agosto2011, apresiedere il rito dell’apertura della Porta Santa e la Santa Messa nei Primi Vespri dell’Assunzione, titolare della Cattedrale e della parrocchia nella medesima, fu chiamato l’Abate Mauro Meacci di Subiaco, il Protocenobio benedettino. Per la prima volta nella storia la Porta Santa fu aperta da un Abate benedettino, dato che tutte le altre volte è stato il Vescovo diocesano (o un altro Vescovo) o l’Arcidiacono, quando la celebrazione non era molto sentita come oggi e rappresentava quasi un epilogo dei Primi Vespri recitati in coro dai canonici.
L’altra chiesa benedettina era S. Nicola, nell’omonimo quarto. I benedettini dimoravano probabilmente nello stabile a sinistra dell’edificio, completamente ristrutturato, attualmente casa Vecchioni. I capitelli che adornano i pilastri che dividono la navata mediana da quelle laterali provengono dalla badia di Cascianello. Anche S. Nicola si scambia facilmente per una chiesa ancora benedettina, per il suo impianto romanico- gotico e la superficie rettilinea che nasconde l’abside, visibile dalla salita che dal Belvedere Vomano conduce all’antica chiesa e al centro storico.
I benedettini sicuramente incrementarono il culto di S. Nicola, fino al XIV sec. molto vivo nella cristianita’ occidentale. Poi vennero S. Antonio e S. Rita. S. Nicola fu penalizzato dalla festa dicembrina con il freddo e a ridosso dell’Immacolata e questo è avvenuto anche in Atri.
I monaci di S. Benedetto non ci sono più, ma le pietre gridano la loro operosa e vigilante presenza nell’antica piccola diocesi di Atri.
SANTINO VERNA

