RIFLESSIONI NOTTURNE
UN CRESCENDO DI EMOZIONI DENTRO UN CONO D'OMBRA
RIFLESSIONI NOTTURNE
È primo mattino.
Una notte insonne come si addice ad un vecchio incanutito pensatore che coltiva questa ritualità e che ama ancora i valori perduti; ma questa volta anche una notte triste e mesta. Cedimento che mi fa sentire come avvolto nel silenzio del deserto, dove tutto a me d’attorno sembra di poco conto, quasi avessi perso il roseo confidare nel futuro.
Si frantuma la solida roccia della mia esistenza, bisognevole di sostegno; e se ne percepisce la sopravvenuta fragilità, quasi si fosse dissolto il coraggio di se stessi, come avvolta in scia di polverone denso e tossico.
Una tavolozza di colori sbiaditi. Un momento oscuro cui non ho saputo reagire in maniera positiva, e mi percepisco come uno scomodo convitato la cui crisi disturba ed i commensali vorrebbero non vederlo, quasi esorcizzarlo, quasi abbia paura di misurarmi con le miserie dell’esistenza, invece che tenere aperte le finestre del sentirsi vivere, dell’affetto verso noi e verso gli altri. La malattia, che nella sua continua recidiva diventa a volte insopportabile, un peso opprimente che porto ogni giorno, ogni istante con apparente indifferenza, ma con una fatica, sempre più insostenibile. E poi quelle gravi della cara Emiliana che soffre silenziosamente le sue trepidazioni ed il suo dramma con commovente dignità.
Un crescendo di emozioni dentro un cono d’ombra; e, al di là, il nulla. Ma può l’uomo provato reprimere le emozioni negative e porsi nei confronti delle umane esperienze quotidiane in modo esclusivamente razionale? Meglio quindi un bel pugno sul tavolo che un sorriso ipocrita!
La mia umanità indebolisce. Non chiedo di vedere l’orizzonte lontano. Ed allora il grande protagonista è il passato: abile a svanire, anche se detesta essere messo da parte. Austero e solitario, il tempo alle spalle null’altro chiede se non di essere utile, e non può fare a meno di risorgere e sfrutta anche i sogni per farsi ricordare e per addormentare il dolore e la solitudine interiore; quasi un sofisticato sistema di riti che rianima e fa assaporare, gustare un’ancestrale sensazione di felicità, rivivere la più bella stagione della giovinezza, che ci fa uscire dalla nebbia crepuscolare. Nella mia situazione, con la vecchiaia incombente, (quella vera e pesante) come la mia e della cara Emiliana, (che in sé non è tragica ma che ha già inanellato tanti tristi eventi), vorrei poter continuare, accanto ad Emiliana, con quella dolce navigazione che consente di contenere gli acciacchi con qualche aggiustamento di rotta, di tanto in tanto, senza il peso del “Male” ormai incistato in noi e che resiste ad ogni cura; un dolore – del resto come tanti al mondo – che cade su di noi come un meteorite e che nemmeno una profonda atarassia potrebbe alleviare.
Forse è l’eterno conflitto fra ragione e sentimento. Ma come si reprimono le forti emozioni? Come ci si deve porre nei confronti delle profonde, negative ed inevitabili esperienze ed emozioni quotidiane in modo assolutamente razionale? Di quelle che oscurano la visione della vita, come in un mare in cui non sai nuotare e che assumono i colori impalpabili del vento. Fosse così semplice! Dissolveremmo velocemente tutte le nostre pene. Purtroppo c’è tutt’attorno un’insolita crudele solitudine interiore che mi crogiola nel frisson di forti ed irrequiete pulsioni; che mi fa sentire imprigionato in un incantesimo pietrificato che dilata la coscienza della drammaticità della vita. Una cosa è salire su una barca con un sestante in mano e con la conoscenza delle costellazioni, un’altra è salirvi a mani vuote, senza alcuna nozione del cielo stellato. La complessità dell’essere umano!
Sì. Proprio notte triste ed insonne, quasi avessi perso il roseo confidare nel futuro, e niente che faccia rifluire la vita nel mio appassito umore. Tristezza! La deriva che mi attanaglia e che in questo momento proietta un’ombra, una malinconia che scolora la luminosità dell’ “Alfio Weltanshauung”, lo spirito che mi anima, la mia naturale visione del mondo e della vita, quel mio innato dolce stato d’animo come refrigerio di rugiada al cespite inaridito. Una melassa, come una presenza ingombrante che incupisce, che nemmeno un magico mantra potrebbe alleviare.
Dalla finestra del mio studio, che affaccia sul tetto dell’appassito roseto ormai sfiorito, del mio giardino, rubo i primi albori e godo il gioioso cinguettio degli infreddoliti uccelli che sfrecciano dai nidi dei folti cespugli dell’edera, pettirossi, qualche merlo, allodole, tortore; tutti che saltellano garruli sui secchi ed aridi rami di rose, sulle panche del giardino e sul davanzale dello stesso studio, dove Emiliana amorevolmente lascia sempre abbondanti quantità di briciole di biscotti. Un incanto nella confusa e rumorosa atmosfera della metropoli. Un clima quasi surreale, anche se Roma è pur sempre la più bella ed affascinante città del mondo.
All’aurora, allo spuntar del sole, nella fresca mattina, ai primi bagliori diffusi da Febo, il Dio del sole e della luce, che percorre le vie del cielo, quando si spiegano gli arazzi delle nubi al vento leggero, quando il mattino sorge in compagnia dell’alba innanzi al sole “che di poi grande appare sull’estremo orizzonte a rendere lieti gli animali, le piante, e tutt’intorno”. L’alba, momento magico, effige della gioventù: pare che dal suo seno espanda in un inno immenso il giubilo dei sempre nuovi amori con il sole, momento della luce della gioia trionfante; trovare questi momenti dove si scende dalla mente al cuore è l’unica condizione per collegarsi con quel bambino che è in noi.
Il pieno giorno è ancora lontano. L’araldo del mattino è l’allodola che sa modulare armoniose variazioni, quasi legga una soave partitura. Maligne strisce di luci aggiungono una frangia a quelle nubi che laggiù si stanno sciogliendo. Le candele del cielo sono tutte consumate e la gioconda luce del dì procede in punta di piedi sugli ancora nebbiosi, orridi tetti condominali (che brutta parola) d’attorno.
Sì. Notte insonne! Nel silenzio dell’aurora la percezione della propria vita si amplifica, perché non si può evitare a lungo di ascoltarsi; e si sprofonda nel limbo del muto e dell’appiccicoso, che avvelena l’esistenza.
Con questo ribollente crogiolo di emozioni, certamente il mio orizzonte non è più tanto lontano, ed ogni giorno faccio finta di niente, è una bugia, ma mi serve!
I fiori che all’alba appaiono, agli occhi, immagine di vita e di gioia, alla sera piegati e chiusi al fresco notturno, sono rappresentazioni meste della vanità, del carattere effimero della gioia, appunto, della vita. Questa è la visione della mia esistenza che volge al tramonto. Però non mi abbandono. Anzi mi ribello anche confidando i miei pensieri ad una persona amica, valida ad intendermi.
Quando considero la breve durata della vita, soffocata fra l’eternità che la precede e quella che la segue, l’esiguo spazio che io occupo e che posso afferrare con lo sguardo, inabissato nell’immensità infinita degli spazi che ignoro e che mi ignorano, provo terrore e stupore d’essere piuttosto qui e non là, adesso e non allora. L’eterno silenzio di questi infiniti spazi mi atterrisce e mi crea uno stato d’animo indefinito, querulo, vago come la schiuma di una risacca che venendo da molto lontano si esaurisce stancamente sulla battigia dell’esistenza.
Come è possibile affidare alla lingua parlata queste delicate tele di ragno? Perciò mi piace scrivere. Scrivere è vivere e dà quell’illusione patetica di continuare a vivere in un linguaggio che è il perfetto calco del parlato, che rende le intonazioni della voce sulla carta. Quasi illusoriamente incidere i propri formicolanti pensieri, imprimerli, dar loro una memoria, fissarli come pietre miliari della propria esistenza emotiva, dar loro uno spessore di carne e di verità, lasciare la loro impronta nella sabbia del mondo.
Scrivere. E così sono partito come un cavallo sbrigliato che abbia dinanzi a sé una distesa erbosa a perdita d’occhio, immergendomi in un esercizio che nemmeno la Metamorfosi di Kafka. Eppure bisognerebbe che questa mia scorribanda abbia un capo e una coda.
Comunque io e la cara Emiliana viviamo una vita non certo felice, ma serena, soprattutto armoniosa, ricolma di reciproco amore e di Fede in Dio, senza affogarci nella melassa della malinconia, senza dilatare la coscienza.
Troviamo sempre in noi ll senso profondo dell’esistenza per sorridere comunque al dono della vita, senza voler vedere orizzonti lontano.
Ed ora interrompo questa mia lunga cavalcata salutando affettuosamente l’ignoto lettore. La notte è passata; sono stanco e devo accomiatarmi con un arrivederci e risentirci presto alla prossima.
Alfio Carta
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