Skip to main content

LINCOLN

Scritto da Alfio Carta il . - 1794 visualizzazioni

UNO SGUARDO ALLA STORIA PER LEGGERE L'ATTUALITA'

LINCOLN, L’UOMO CHE RIFONDO’ L’AMERICA SEPPE RIUNIRE UN PAESE DIVISO

Anche se la strada che conduce al civico 1600 di Pensylvania Avenue è ancora lunga, nel nostrano progressismo “civile” è già panico. Perchè Trump  - lo ammettono anche i più liberali degli analisti americani -  qualche  chance  di varcare il portone della Casa Bianca comincia ad avercela. L’America con le ultime primarie del super martedì conferma il suo crescente gradimento e non soltanto della classe meno istruita. Trump il gaffeur, contro cui sono subito scesi in campo gli esorcisti di sinistra e i conservatori snob. Un mal di pancia tremendo fra le schiere di coloro che persero le bave per  Obama restandogli fedeli  anche se si è rivelato quel sòla che è. Scrivevano che le parole di Obama  erano  “speranza” e “cambiamento”: ma non si è visto niente di tutto ciò: le città americane vanno a fuoco, le tensioni civili, la forbice sempre più ampia tra povertà e ricchezza, gli scontri razziali, negli Stati Uniti diventano mai come oggi una realtà da monitorare.

A che punto è la notte americana? Il super Tuesday consacra Trump e Hillary Clinton. Sarà alla fine eletto un nuovo imperatore (o imperatrice) dell’Occidente, o una sorta di primo ministro inglese che baderà soltanto ai fatti interni, come potrebbe essere Bernie Sanders? Quanto a Trump la sua candidatura è ormai reale. Che diranno, se sarà eletto, coloro che come i parlamentari inglesi ne hanno chiesto la messa al bando oppure il Papa che lo ha battezzato come non cristiano? La lady Clinton è all’altezza? E chi altri ancora?

Con l’America  che tutto il mondo aspetta di vedere se la più antica democrazia repubblicana del mondo avrà ancora voglia di guidare l’impero e mantenere la antica stretta, affettuosa e benevola alleanza di sostegno con l’Europa o se si chiuderà in se stessa per leccarsi le ferite. Quelle di novembre sono elezioni  in cui l’America sarà costretta a scegliere fra due identità, quella obaniana e quella dei neo repubblicani  legati al ceto medio. La lunga presidenza di Obama ha provocato guai in politica estera senza avere aggiustato  granchè in casa. Gli americani con Obama oggi non stanno meglio, hanno il peggior presidente del dopoguerra che finora ha fatto più danni che altro, a cominciare dal  Medio Oriente, dove ha fomentato una rivolta fondamentalista contro i dittatori che, se non altro, assicuravano almeno una certa stabilità all’area dalla quale, ora, partono gli attentati terroristici islamici contro l’Occidente. È in crisi, ovunque, la politica  e latita la capacità di governare. Le destre del mondo vanno in ordine sparso, ma con un denominatore comune: quello di alzare un Vallo di Adriano o come quello che fece costruire Marc’Aaurelio e che poi sarebbe il muro per impedire il flusso ingovernabile non soltanto dell’emergenza planetaria, senza fine, dei movimenti migratori, con la violenza e la protesta a fondersi tragicamente, pure per la eventuale presenza di alcuni fra di loro portatori di criminalità, terrorismo, violazione di ogni protezione di sicurezze, della  privacy, delle identità culturali, anche se io prendo con cautela la generalizzazione del fenomeno. Questa è anche la dura provocazione di Trump riguardo al confine messicano. Alla fine, già in Europa, sono arrivate le tanto detestate  ruspe, ma quelle  politicamente corrette di un governo socialista , la Francia  che ha fatto smantellare la bidonville di migliaia di migranti disperati, impotenti, che si son visti accartocciare dalle  ruspe le loro baracche e raso al suolo l’accampamento. Per affrontare l’emergenza migratoria non si può passare attraverso decisioni  unilaterali,  come sta avvenendo in Europa. Emerge l’impudenza, la polemica  e la paura che hanno contraddistinto  lo stanco dibattito collegiale sull’immigrazione, perdendo invece tempo, fra l’altro, a stabilire le misure delle zucchine e banane, sancendo anche quelle delle candele: fissando un  massimo di 30 mm, con stoppino!

Oltretutto l’America del 2016  non è più disponibile a farsi affascinare dalle dinastie politiche alla Kennedy  o alla Bush: perfino Hillary Clinton pare trarre più ostacoli che vantaggi dall’ingombrante ed immancabile presenza ai suoi comizi del marito ed ex presidente Bill. Il nuovo Presidente deve fra l’altro saper dominare e guidare gli eventuali squilibri che sembra sconquassino gli assetti conflittuali  nella geopolitica occidentale ed orientale, saper costruire e mantenere rapporti solidi  nella partnerschip pianificando i correlativi rapporti.

Chi guiderà l’America nel prossimo quadriennio? Trump potrebbe farcela, ma è un protagonista  duro, caratterialmente provocatore, sa quel che vuole ed è un accanito lottatore, intenzionato a farsi coadiuvare da una capace squadra di esperti conoscitori della politica ed economia, si presenta come sfida all’establishnent.   Dalla sua elezione potrebbero scaturire contestazioni dai rigurgiti oscuri e violenti. Hillary Clinton appare un modello troppo simile al marito Bill, sembra amare la trattativa anche se solo apparentemente irresoluta. Sa anche essere determinata e ha dalla sua una lunga e importante esperienza nella conduzione della politica, è un simbolodell’establishment. La scelta non è facile: due figure con  filosofie di decisione e di azioni completamente diverse,  nemmeno minimamente conciliabili.          

Non sta a me fare previsioni, per fortuna! Una situazione confusa, tanto più delicata considerata l’alta posta in gioco che ingloba la politica mondiale, con l’Europa all’altra sponda: una entità indefinita ed ondivaga,   questa, disunita ed impotente, in perenne crisi economica ed istituzionale, incapace di affrontare i molti e gravi problemi geopolitici  del  mondo d’oggi, con  28 capi di stato, a parte la Merkel, ciascuno guidato da spirito nazionalistico anziché federativo, anche se pure la Merkel  mette in atto  decisioni  politiche  UE  non sempre collegiali, ad uso e beneficio della sola Germania, o in combutta con la sola Francia e lo fa da astuta statista che sa ottenere ed imporsi. Ed è da non sottovalutare la crescente intrusione della potente Russia, stupidamente ed inutilmente sanzionata dall’Europa con gravi danni esclusivamente a danno della nostra economia, a causa dello scontro politico-diplomatico scaturito tra Russia e Occidente in seguito al conflitto ucraino. Gli Stati Uniti non nascondono il loro obiettivo: azzerare il secolare stato di grande potenza egemone tra Europa e Asia della Russia. Ma l’Europa non possiede alcun ruolo di interlocutore  unico nelle decisioni mondiali, è agonizzante, una virtuale istituzione finanziaria tenuta in piedi solo dal trattato di Shenghen del 1985, incorporato nell’ambito UE nel 1999, anche questo ora in  netta fase di sgretolamento con i ripristinati controlli in molte frontiere europee. Come può l’Europa  districarsi in questo tragico e difficilissimo scenario geopolitico, proprio e del mondo, reso ancor più grave dalle immigrazioni incontrollate ed epocali, con i governanti, ahimè oggi in carica sulla scena politica, sguazzanti  nel relativismo dei propri particolari interessi nazionali  a danno dei consociati, magari meno virtuosi ma sempre Stati sovrani. In un siffatto confuso e contraddittorio scenario geopolitico appena abbozzato chi è  in grado di guidare un’associazione sgangherata di Nazioni? Le mie modeste reminiscenze storiche mi riportano a Cavour, Churchill e De Gaulle per l’Europa, ed il discorso finisce qui. Ed anche se esistesse, l’Europa non ha alcuna consistenza veramente politica federativa che possa essere governata con una sola e comunitaria  politica estera, difesa, fiscale, sviluppo, etc  etc. L’America è un’altra cosa e tuttavia influenza la politica occidentale in tutti i suoi delicati aspetti.  È l’assetto geopolitico del mondo che  ne è causa ed effetto:  è  e sarà sempre così! Perciò è necessario ed opportuno che l’America, con un nuovo Presidente di spessore ed all’altezza, riviva una rinnovata centralità nell’assetto mondiale, all’interno del quale l’Europa  non ha che da avvantaggiarsene.

C’era una volta l’America!, quella sì guidata “allora” da personaggi  leggendari che possedevano il genuino e prorompente spirito non solo del firts my country, ma anche della  saggia e costruttiva apertura  all’intesa,  unione, alleanza, sostegno e cooperazione. Ma come trovare un valido termine di paragone; chi ne ha il coraggio! Sommessamente azzardo un accostamento massimamente riguardoso. Fra i vari personaggi  che potrebbero essere affiancati nella complicata e grandiosa storia  americana, il pensiero corre alla figura  di un grande protagonista dotato di un fascino magnetico, che segnò il grande momento della storia americana:   Abrahm Lincoln, “l’Abe  l’onesto” che rifondò l’America.

A guardarlo, Abraham Lincoln, il sedicesimo presidente degli Stati Uniti d’America, uno dei quattro il cui volto è scolpito nella roccia del Mount Rushmore, non appariva bello. Alto, volto scavato e collo lungo. Un famoso giornalista, inviato a seguirne un contraddittorio con un avversario democratico, ne fece un ritratto al vetriolo: “una magra, ossuta figura, un po’ curva, dondolante, sgraziata, vestita con nessun garbo. Ha una faccia che inquieta. È brutto e piace. I suoi occhi grigi, fondi e acuti brillano sotto la folta, incolta capigliatura, sotto la fronte vasta solcata da molte rughe etc etc.“.   Eppure quest’uomo, destinato a  lasciare una traccia indelebile nella storia degli Statu Uniti, che aveva il senso dell’umorismo tanto da scherzare sovente sul suo aspetto fisico, dava l’impressione di essere semplice, sincero e pieno di buon senso.

Dalle pagine di Lord Charwood che ne seguono passo passo la vicenda biografica intrecciandola con la ricostruzione  di uno dei momenti decisivi della storia americana, emerge la figura di un uomo eccezionale e pragmatico, che non amava le teorie politiche di qualunque tipo e la cui concezione del governo popolare è sintetizzata in un suo appunto scritto poco prima di essere eletto alla presidenza: “come non vorrei essere uno schiavo, così non vorrei essere un padrone. Questo esprime la mia idea di democrazia. Tutto quanto ne differisce non è democratico “.

Un altro saggio presenta Lincoln come un uomo complicato e quasi insondabile che si trovò ad affrontare la crisi della nazione americana sfociata in una sanguinosissima guerra civile: un uomo tormentato ma convinto che l’abolizione della servitù costituisse il destino inevitabile degli Stati Uniti malgrado la Costituzione che ne consentiva la sopravvivenza là dove essa era già in vigore. E, soprattutto,  radicato nella fede, nell’esistenza di un popolo americano del quale facevano parte, a pieno diritto, anche i sudisti sviati da una cospirazione dei piantatori e dalle èlite e, quindi, non colpevoli per la ribellione.

Una figura quasi leggendaria nella storia americana e, in un certo senso,  espressione del mito fondante della frontiera. Nato nel Kentucky da una famiglia di origine contadina, trasferitasi prima in Indiana e poi nell’Illinois, Lincoln crebbe, infatti, alla dura scuola della frontiera e incarnò, davvero,  l’immagine del self-made man. Cambiò mestiere e professioni e, intrapresa la carriera forense, fu a Springfield un grande avvocato la cui oratoria, caratterizzata da sprazzi di ironia, attirava un grande pubblico. Divenne così molto popolare in Illinois, e non per  motivi politici pur essendo stato deputato al Congresso per una legislatura. Questa popolarità e la fama di essere un non comune uomo comune  pesarono molto, nel 1860, nella sua designazione da parte del neonato partito repubblicano, alla candidatura alla Casa Bianca. Così l’honest Abe, come veniva chiamato, divenne presidente.

Il primo presidente repubblicano della storia americana. Il presidente dell’abolizione della schiavitù e della guerra civile. Ma anche il presidente della  “fondazione“ degli Stati Uniti moderni.

La guerra civile contrappose la società del Sud, agraria, aristocratica, raffinata, immobile alla società industriale, finanziaria e urbana del Nord. Questa contrapposizione – come ha ben mostrato Raimondo Luraghi nella sua splendida ed insuperata  Storia della guerra civile americana – fu la vera causa di un conflitto, lungo e sanguinoso, che non riguardò, nella realtà, il contrasto tra schiavisti e antischiavisti. La sostanza dello scontro fu altra:  il possesso dei territori dell’Ovest e il loro futuro economico e politico. La guerra civile americana fu, soprattutto, un confronto fra due modelli di società  politiche e due modelli di sviluppo economico. E, al tempo stesso, tra due modelli istituzionali, quello ”confederale” e quello   “federale”.  Sotto questo profilo la “guerra di secessione“ (come da molti è ancora chiamata la guerra civile americana) diventò, di fatto,  la  “guerra di fondazione”  degli Stati Uniti moderni. E Lincoln, appunto, ne fu il campione. Era convinto  - lo disse in un famoso discorso a Gettysburg nel 1863, inaugurando  un sacrario militare -  che la guerra dovesse portare alla “rinascita della libertà” e  a “ un governo di popolo, dal popolo e per il popolo”. Il suo obiettivo era quello di salvaguardare l’unità politica dello Stato (first my country) e quella morale di una nazione concepita nella libertà e votata al principio che tutti gli uomini sono stati creati uguali.

Con la sua profonda saggezza, Lincoln non voleva, a conflitto chiuso, una pace “cartaginese”: il Sud per lui non era terra nemica conquistata e gli sconfitti erano fratelli traviati da recuperare. Il suo desiderio di riconciliazione degli animi e di pacificazione nazionale, si scontrò col fanatismo e gli costò la vita. Lincoln fu assassinato il 14 aprile 1865 mentre assisteva ad una rappresentazione teatrale. Cadde sotto i colpi di pistola di John Wilkes Booth, un agente  provocatore dello spionaggio nordista in un attentato dai contorni oscuri, i cui mandanti e le cui vere motivazioni sono rimasti nel mistero. La sua morte fu una tragedia nazionale. Ma egli entrò nel Pantheon dei presidenti americani più popolari e più amati!

Alfio Carta

Carico il meteo…

Abbiamo 5119 ospiti e nessun utente online