FERRETTI, IL RITROVO
Arte culinaria senza compromessi
FERRETTI, IL RITROVO DELLE GENTI DEL CERRANO
Tra i ristoranti più tipici delle Terre del Cerrano, spicca “Ferretti”, così chiamato dal cognome del proprietario. Un cognome molto presente sulla rubrica atriana e dei paesi vicini. Nella zona denomina due piccole località: Villa Ferretti, nel comune di Atri, dove il nome è accentuato dalla concentrazione dei residenti eponimi e Croce Ferretti, in quello di Pineto, al confine con il territorio di Atri, dove è ubicato il ristorante. Nei pressi la chiesetta della Madonna del Rosario.
E’ l’area del “Solagnone”, dalle campagne ubertose e dall’incantevole paesaggio. Il pittore Antonio Pavone, naturalista, dice che dal Colle Sciarra si gode un meraviglioso panorama, uno dei più belli che possa capitare ai nostri occhi. Il “Solagnone” era ed è la strada del mare, un tempo raggiunto a piedi, e uno dei pedoni era lo scultore Peppino Antonelli, poi con i mezzi pubblici e privati. Prima della motorizzazione di massa, la contrada era tappa obbligata per quanti si recavano alla stazione Mutignano-Atri e in seguito Pineto-Atri, per salire sul treno. Il binomio Pineto-Atri fu poi esteso al casello autostradale, invertendo le posizioni, con la precedenza alla città acquaviviana. E quando la neve raggiungeva il paese dei calanchi, il percorso dal mare alla collina rischiava la soluzione pedonale. Uno dei più assidui, il Canonico Luigi Illuminati, utente del treno quando si recava nella prestigiosa Università di Messina. Avrebbe senz’altro scritto una squisita pagina sulla trattoria del “Solagnone”, perché tanto amante della gastronomia abruzzese, come si evince dall’affresco letterario in “Un paese d’Abruzzo nella seconda metà dell’Ottocento”. Ma concluse la giornata terrena nel 1962.
Il ristorante di Gaetano Ferretti, dallo stabile senza fronzoli, trae origine da una delle tante osterie, presenti non solo in campagna, ma anche nel centro storico di Atri. A Pineto il numero era inferiore, dato il modesto numero dei residenti. Nelle cantine gli avventori bevevano soprattutto vino, allungato con la gassosa (celebre quella di Italo Di Febbo) e i cibi solidi avevano un ruolo marginale o comunque funzionale al nettare di Bacco. Imago brevis del repertorio culinario di allora, i taralli, inzuppati del vino, inanellati in una catena.
Più che per il pranzo o la cena, l’osteria era interessata per la merenda, senza un’orario preciso come il tea a Londra, non solo per i reali e il premier. Il pane fresco careseccio, ammorbidito dall’olio d’oliva, aveva per companatico il prosciutto tagliato con l’”accetta”, i salumi e il pecorino atriano. Dalla merenda i Ferretti sono passati ai due pasti principali, con l’antipasto, forma riveduta e corretta dello spuntino tra il pomeriggio e la sera.
Il primo per antonomasia sono i “maccheroni alla chitarra”, per metonimia “maccheroni con l’uovo”. E’ seguito da cannelloni, gnocchi di patate, pasta e fagioli e ravioli, nella versione atriana, ovvero rustica, perché abbiamo anche quelli dolci, nello stile teramano. E abbiamo pure i “ravioli con la carne”, modo con cui gli atriani denominano gli agnolotti, fagottini piemontesi il cui ripieno è fatto appunto di carne.
Pur essendo il ristorante a pochi kilometri dalla spiaggia, è a base di carne, come buona parte dell’arte culinaria atriana. Se dieci kilometri di distanza dal mare, per un milanese significa essere direttamente sulla battigia, per un atriano, appassionato certamente della costa, c’è sempre il richiamo della collina, con le abbondanti nevicate invernali, il suono ovattato dei sacri bronzi, il rischio di scivolare lungo le discese della parte intramurale. Per i romani, presenti sulla spiaggia di Pineto da diversi decenni, “Ferretti” è un appuntamento con la gastronomia collinare, prima di congedarsi dalla costa adriatica e tornare nella capitale o nei luoghi vicini.
Tra i secondi ricordiamo l’arrosto misto con le salsicce di carne o fegato, e la papera muta e, per contorno le patate, nella versione fritta o al forno, molto genuine, perché non sono quelle prefritte nelle buste, parcheggiate nei congelatori. Non sono certamente il benessere dello stomaco, pur avendo il potere di saziarlo e riempirlo. Alter ego l’insalata cruda, la verdura cotta e i pomodori.
Dulcis in fundo, la pizza dolce, indirettamente legata alla storia di Atri. Uno degli ingredienti l’alchermes, trapiantato in Spagna grazie agli Arabi, fu “brevettato” nel convento di S.Maria Novella a Firenze, dotata di una famosa farmacia. I rapporti di Atri con la capitale italiana dell’arte erano molto vivi nel Tardo Medioevo, soprattutto grazie ai mercanti, per il rifornimento di lana e zafferano in Abruzzo, e al Vescovo Marco Ardinghelli, poi trasferito a Camerino, e morto santamente, il quale volle S. Reparata, protettrice di Atri, per legarla maggiormente a Firenze. La pizza dolce, confezionata con dischi di pan di Spagna, era il dolce delle feste calendariali e biologiche (Battesimo, Matrimonio, compleanno etc.)
Il vino della casa, il caffè e l’ammazzacaffè siglano ovviamente il lauto pasto. Nei pressi una villetta con la tinteggiatura biancazzurra, potrebbe ricordare la passione calcistica di Pineto, alimentata dal ricordo di Sabatino Assogna e da Bruno Martella, giocatore che ha portato quest’anno il Crotone in serie A. Mutuata parzialmente da Pescara, perché uno dei tanti allenatori, l’ungherese Joszef Banas, peraltro tecnico in precedenza del Milan, e uno dei maestri del Trap, durante la permanenza abruzzese, abitò in Via Verona, a Pineto, vicino alla stazione ferroviaria. Nel secondo dopoguerra, uno dei passatempi dei pinetesi, era proprio la partita dei biancazzurri, il cui campo di Rampigna, nell’ultima propaggine dell’antica Castellammare verso il fiume più centrale dell’Abruzzo, era facilmente raggiungibile, anche con la bicicletta.
Il locale, nella sua sobrietà, non ha icone dell’abruzzesità come le conche, i telaietti della chitarra esposte, riproduzione di quadri di Michetti, o arredo sfacciatamente rustico. E’ un ambiente che privilegia più la sostanza che la forma. E’ vero, l’occhio vuole anche la sua parte, ma il proverbio qui è perfettamente rispettato, perché oltre al locale armonioso, lindo e pinto, basta uscire sull’ampio piazzale adibito a parcheggio e a piccolo spazio per i bambini, per immergersi in un inconfondibile habitat di sole, mare e colline, dove l’arte ha la sua parte (e che parte!).
SANTINO VERNA
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