Pubblicato Venerdì, 01 Agosto 2014
Scritto da Gioele Scordella

Capolavori atriani poco conosciuti

La “Madonna di Loreto e santi” nella chiesa di san Nicola

 

Nella chiesa di san Nicola ad Atri è custodito un prezioso affresco, realizzato dal grande esponente del rinascimento abruzzese, Andrea De Litio (Lecce nei Marsi, 1420 circa – 1490 circa), che tanto ha lavorato nella città e nei dintorni, raffigurante la “Madonna di Loreto tra i santi Rocco e Sebastiano”.

L'affresco occupa la controfacciata della navata sinistra, dove è collocato il fonte battesimale della prima metà del Duecento. Tuttavia, in virtù dei santi raffigurati, l'affresco non ha nessun legame con il fonte e le funzioni da esso svolte (ciò fa supporre che il fonte non fosse originariamente qui collocato). Sembra infatti trattarsi di un'opera devozionale realizzata su commissione di un privato cittadino, piuttosto facoltoso date le dimensioni dell'opera e la scelta dell'artista, come ringraziamento per lo scampato contagio dalla peste, nel corso di una delle frequenti epidemie del periodo.

Ai lati sono infatti raffigurati due di quelli che all'epoca erano considerati i santi protettori dalla terribile malattia: Rocco a sinistra e Sebastiano a destra.

Rocco era un giovane nobile nato a Montpellier verso il 1350 che, durante un pellegrinaggio a Roma, guarì numerosi malati di peste. Al ritorno, contrasse la peste a Piacenza, riuscendo a guarirne, ma fu arrestato, con il sospetto di essere una spia, a Voghera (Lombardia), dove morì poco prima del 1380. Appare ovvio, quindi, il patronato assunto da San Rocco, che in quest'affresco è raffigurato secondo l'iconografia, con gli abiti da pellegrino e nell'atto di mostrare la ferita alla gamba segno della peste, ma è insolitamente giovane (generalmente san Rocco è un uomo maturo con barba).

Indiretto invece è il patronato assunto da san Sebastiano. Nel 304, era il giovane comandante delle guardie dell'imperatore Diocleziano; ma quest'ultimo, saputo che era cristiano, lo condannò ad essere legato nudo ad un palo e trafitto da frecce dai suoi stessi commilitoni. Sebastiano sopravvisse al supplizio e fu poi condannato alla morte per fustigazione, tuttavia nell'iconografia il santo è raffigurato sempre durante la prima tortura. Questa veniva paragonata nel Medioevo alla peste stessa: le frecce simboleggiavano la peste che colpiva chiunque e le sue ferite ricordavano i neri lividi provocati dal morbo.

I due santi hanno avuto un rilevante culto in Atri, tuttavia nel Quattrocento era san Sebastiano ad essere maggiormente venerato: oltre a questo, altri quattro affreschi dello stesso periodo (nel Duomo) lo raffigurano. Oggi invece è forte la devozione verso il solo san Rocco, un tempo oggetto di festa il 16 Agosto e la cui statua è custodita nella chiesa della Trinità (indicata spesso con il nome del santo stesso). Nelle vicinanze, inoltre, altre chiese dedicate al santo si trovano a Silvi, Castilenti, Notaresco e Guardia Vomano.

Al centro, invece, si trova la Madonna di Loreto, secondo l'iconografia di allora, e cioè la Vergine al di sotto di un tabernacolo retto da angeli, a simboleggiare la Santa Casa. La Vergine è più arretrata rispetto agli altri due santi, ma l'effetto conferisce centralità alla sua figura. E' più tardo l'uso di rappresentare Maria sopra la Santa Casa trasportata in volo dagli angeli verso le Marche, sebbene ad Atri vi sia un affresco con questa iconografia nel Duomo risalente al medesimo periodo e dello stesso autore.

Anche la Vergine era considerata protettrice contro la peste, ma con il titolo di "Madonna della Misericordia" e non nell'ambito del culto lauretano; tuttavia si può pensare ad una devozione personale del committente. Non doveva essere l'unico: nel Duomo altri quattro affreschi raffigurano la Madonna di Loreto e ciò fa pensare ad un culto particolarmente forte nella città. D'altronde, la tradizione popolare vuole che i famosi Faugni accesi all'alba dell'8 Dicembre (in realtà di origine pagana) ricordino il passaggio in Atri della Santa Casa durante il trasporto nelle Marche.

Nella seconda metà del '500, probabilmente dopo lo spostamento in questo punto del battistero, l'affresco è stato oggetto di modesti interventi che ne hanno alterato lo stato: è stato infatti incorniciato da una serie di strutture architettoniche a trompe-l'oeil per simulare un altare, con tanto di cimasa, oltre all'aggiunta di due putti che incoronano la Madonna. Tali interventi, oltre a un più generale danneggiamento dell'affresco nel tempo, hanno reso difficoltosa la lettura dell'opera ai critici. Il primo ad interessarsi fu Otto Lehmann-Brockhaus, il grande storico dell’arte tedesco che a partire dagli anni ’40 studio ampiamente l’arte abruzzese e molisana, fino a far confluire nel 1977 i suoi lunghi studi nell’imponente volume “Abruzzen und Molise”, pubblicato nel 1983, uno dei capisaldi per lo studio dell’arte regionale. Tuttavia lo storico dà solo pochi cenni riguardo questo affresco, giudicandolo genericamente della bottega del De Litio. L’attribuzione è stata ripresa anche da Benedicenti e Lorenzi nel 2001 nel loro catalogo sul pittore. Nello stesso periodo, comunque,i recenti interventi di pulitura, che hanno eliminato lo sporco e le aggiunte (ma non la corona e la finta cimasa soprastante) hanno permesso una lettura più completa dell'opera, giudicata ora autografa del De Litio (Calcedonio Tropea, “Dalle valle del Piomba alla valle del basso Pescara”, Teramo, 2001), coadiuvato in ogni caso da suoi allievi, come rivelerebbe la minor raffinatezza di alcune parti. Tipicamente delitiesca è la caratterizzazione dei volti, in particolare quella dei due santi laterali che si ritrova assai simile in un'altra opera del Nostro, la "Madonna con Bambino tra i santi Rocco e Sebastiano" nella chiesa di san Sebastiano a Isola del Gran Sasso.

Impegnativa anche la datazione dell'affresco.

Andrea De Litio, molto probabilmente nativo della Marsica (il cognome De Litio indicherebbe in realtà la provenienza, 'Lictium' o 'Lectium', cioè l'attuale Lecce nei Marsi), si era formato sul tardo gotico toscano a L'Aquila presso il Maestro del Trittico di Beffi (alias Leonardo da Teramo), ma aveva ben presto conosciuto le novità rinascimentali che stavano germogliando a Firenze in un possibile soggiorno toscano, dove era in particolare potuto venire a contatto con Masolino da Panicale, Sassetta e Beato Angelico. Testimonianza di un suo temporaneo spostamento fuori l'Abruzzo è la presenza a Norcia nel 1442 per gli affreschi della chiesa di sant'Agostino assieme a Nicola Ulisse (senese) e sopratttutto Bartolomeo di Tommaso da Foligno, con il quale viene in contatto con la pittura umbra. Nell'affresco atriano, che pur ormai già presenta i caratteri di un De Litio maturo, prossimo agli affreschi del Duomo della stessa città (1460 - 1470), la figura di san Sebastiano è fortemente legata ai modi di Bartolomeo di Tommaso, così come altre opere assegnate al periodo 1455 - 1460 (il dittico di Cellino; il trittico di Baltimora; il 'san Benedetto e Totila' di Providence...).

Dall'altro lato, bisogna considerare il periodo del soggiorno del pittore ad Atri. E' certo che acquista una casa nelle vicinanze del Duomo nel 1464, dove abita e tiene bottega almeno fino al 1469, tuttavia dal Catasto di Atri del 1447 (che sarà aggiornato fino alla realizzazione del nuovo Catasto nel 1467-1469) si rileva che De Litio aveva nelle campagne della città altre due proprietà, un orto nelle vicinanze di Porta Sant'Angelo (zona dell’attuale Villa Comunale) e una vigna a Mutignano. Probabilmente De Litio si trovava nella zona di Atri già in anni precedenti al 1464 e si è poi trasferito dentro le mura per poter realizzare più agevolmente e velocemente l'affrescatura della tribuna del Duomo. Ciò vuol dire che sia prima che dopo il periodo 1464 - 1469 il Nostro ha continuato a mantenere rapporti con la città e con il territorio del suo ducato, come testimoniano le datazioni delle opere. Probabilmente De Litio ha realizzato l'affresco di san Nicola nei primissimi anni '60, quand'era appena arrivato nella zona atriana; a conferma di ciò, se si accetta il legame dell'opera con la peste, nel 1462 nella zona c'era stata un'epidemia che aveva ucciso anche il duca di Atri Giosia I Acquaviva, impegnato nella strenua difesa dei suoi possedimenti da Matteo di Capua, comandante delle truppe degli Aragonesi, decisi a punire il ribelle feudatario che nel 1460-1461 si era alleato con gli Angioini che cercavano di riprendersi il trono di Napoli (da cui erano stato rovesciati nel 1442).

Gioele Scordella