Pubblicato Martedì, 01 Maggio 2012

 

Luigi Illuminati: saggista e poeta,innamorato della sua città

Visse da esule nell’ambiente universitario da cui fuggiva per  rigenerarsi piritualmente nel clima magico della sua terra

 


Vi è nella tradizione umanistica abruzzese tutto un filone saggistico da riscoprire.
Si tratta, spesso, di letture lontane: squarci di luce che hanno rischiarato per brevi tratti il sentiero della nostra vita e che riaffiorano fugacemente dal gorgo della memoria prima di dissolversi definitivamente nel cieco ed inesorabile fluire del tempo. Il saggio è un genere letterario magmatico, fragile, rischioso. A differenza delle opere filosofiche e narrative che mirano alla sistematizzazione concettuale di valori e significati globali, l'esercizio saggistico è problematico, anti-sistematico, dialettico. Esso è, nel contempo, poesia e filosofia, arte e scienza che stanno tra loro in delicato equilibrio attraverso cui si esprimono le personali tensioni emotive e culturali dell'autore.

La trattazione saggistica diventa. così, occasione per spaziare nei campi culturali più disparati per interpretare i testi con esprit de finesse, per affidare al respiro della parola la profondità di una intuizione.

Se la saggistica è tutto questo, vale certamente la pena di riprendere tra le mani le raccolte di Luigi Illuminati: 'Tra classici ed umanisti ed "All'aria aperta" 2. Sono due florilegi di straordinaria intelligenza e lucidità che coprono un arco di quarant'anni (1921-1961). Pur nella loro eterogenea frammentarietà, essi rivelano vasta erudizione, acume critico e solida dottrina. Stupiscono, soprattutto, la ricchezza d'interessi ed il variegato campo di indagini interdisciplinari Luigi Illuminati non ha mai mostrato simpatia, infatti, per quegli 'specialisti" che elevano steccati invalicabili tra una disciplina ed un'altra o, a volte, tra settori di una medesima disciplina. La sua visione culturale era "panoramica", la sua forma mentis enciclopedica. In ogni suo scritto il rigore della ricerca non arresta mai il volo delle immagini di poesia, né la dialettica raziocinante frena l'effusione dei sentimenti.

Prendiamo in esame, dalla prima raccolta, il saggio su "L'ambone di Cugnoli" (1921). Come è noto, il famoso pulpito di Santo Stefano a Cugnoli era sepolto sotto uno spesso strato di stucco quando, agli inizi del secolo, due insigni studiosi, i fratelli Domenico e Stefano Tinozzi, ne intuirono la reale natura e lo restituirono al primitivo splendore scultoreo. La notizia della scoperta fece accorrere a Cugnoli valenti cultori di arte sacra, tra il cui il Prof. Heiberg, docente di filologia classica presso l'Università di Kopenhagen, il quale dedicò al ritrovamento un pregevole studio sulla rivista berlinese: Die Denkmapflege (VII Jahrgang, n. 16, 13 December I905). In esso Heiberg, pur conducendo una critica estetica ineccepibile sui pregi stilistici e sulle peculiarità ornamentali di ascendenza arabo-normanna che caratterizzano il monumento, negava ogni significato simbolico a tali schemi decorativi.

Sosteneva, anzi, che l'intrecciata trama dei fregi ad arco, di figure umane, di animali fantastici e di fogliame intricato, altro non era che mero compiacimento estetico e manierismo gotico privi di ogni allegoria simbolico-religioso.

Luigi Illuminati confutò tutto ciò con garbata fermezza e dimostrò come le composizioni dell'ambone di Cugnoli non sono elementi estetici autonomi, ma l'organica "figurazione pedantesca della selva del peccato". Attraverso un suggestivo sondaggio di ogni spazio del pulpito egli mise in luce il dramma esistenziale ivi rappresentato: l'uomo smarrito nella selva oscura (offuscamento della coscienza) ed assalito da fiere mostruose (le tentazioni del peccato), cerca affannosamente di aprirsi un varco verso la salvezza brandendo una roncola (fede). Nella parte eminente dell'ambone sono scolpiti i simboli degli Evangelisti e le scene del Vecchio Testamento (Sansone alle prese con il leone, Davide che uccide l'orso e Giona vomitato dal mostro marino). Attraverso una minuziosa analisi esegetica di ciascuna di tali raffigurazioni, Illuminati spiega come la scelta dei temi, la loro sequenza e la bipartizione figurativa peccato-redenzione scaturiscano da quella visione unitaria simbolico-religiosa che, sullo scorcio del Medioevo, trovò la massima espressione nella commedia dantesca. Sorprendente appare, in questo breve ma felice saggio, l'applicazione della critica comparata all'iconologia di cui, più tardi, diverrà maestro insuperabile Jurgis Baltrusaitis, autore di quel capolavoro che è "Il Medioevo fantastico" (1982).

Altro nucleo tematico del pensiero di Luigi Illuminati è la sua riflessione sulla didattica delle lingue classiche. Chiamato nel 1934 all'insegnamento della Grammatica greca e latina presso l'Università di Genova, egli vi tenne una prolusione accademica che rimane tra le testimonianze più alte del suo ingegno. Il "punto archimedico" su cui poggia l'intera impostazione del discorso è che la grammatica, confìgurata nell'astrattismo della regola, costituisce il traguardo senza gloria di malinconici  pedanti. Sulla scia di una tradizione educativa che va dal Vico al De Sanctis, egli si dichiara d'accordo con il Croce quando sostiene. che la grammatica normativa è simile al vocabolario che, per quanto si concepisca progressivo e dell'uso vivo, è sempre cimitero di cadaveri più o meno abilmente imbalsamati, cioè raccolta di astrazioni.

La vera natura del linguaggio, secondo il Nostro, si conosce e si risolve nell'estetica la quale è la sola che intenda e valorizzi la personalità insopprimibile ed insostituibile dell'opera d'arte. ... Solo in sede estetica, infatti, è possibile scoprire quella sintassi ideale in cui si celebra con serena luminosità la potenza creatrice dell'arte.

La grammatica, dunque, deve essere una “ermeneutica” per accostarsi alla storia letteraria di un popolo onde coglierne la spiritualità e l'umanità. Per dimostrare, poi, come lo studio grammaticale astratto costituisca un insensato tormento e un ridicolo perditempo, Illuminati cita una divertente pagina autobiografica di Axel Munth che, nella Storia di S. Michele, racconta di una sua visita a Capri in un torrido pomeriggio estivo quando, avvicinatosi per caso alla canonica, vide una dozzina di ragazzi seduti. per terra attorno al parroco, mentre, mezzo addormentati, coniugavano in coro, lamentosamente: Io mi ammazzo, tu ti ammazzi, egli si ammazza, noi ci ammazziamo, voi vi ammazzate, essi si ammazzano. Commenta argutamente Illuminati: La grammatica, proprio la grammatica aveva fatto di quella scuola non so se un mattatoio od un infelice reparto clinico, in cui quei disgraziati ragazzi erano ammazzati dalla narcosi prodotta dall'ipnotizzante stillicidio di quelle flessioni verbali non avvivate da esempi che giovassero almeno a tener desta l'attenzione di quegli scolaretti. La grammatica va ricercata nella concretezza del prodotto artistico.

Perciò egli ne traccia la storia a grandi linee ponendola in costante rapporto con l'evoluzione della letteratura latina dal periodo arcaico a quello augusteo. La conclusione di tale ragionamento è che la ricerca grammaticale è preziosa solo quando essa porta alla conoscenza di quegli autori capaci di trasmetterci Wahrheit und Dichtung, Verità e Poesia. Come tutti i "pensatori di mestiere", Illuminati traeva spunto dalla rilettura dei classici per decifrare la realtà problematica del mondo. La ricerca, anche la più erudita, era sempre tesa a cogliere, nella vita spirituale delle passate civiltà, quel raggio di luce da proiettare nelle esperienze vissute nel presente. Bernardo di Chartres aveva sostenuto che l'intellettuale autentico è colui che sa arrampicarsi sulle spalle dei giganti per guardare più lontano e capire il suo tempo ed il mondo che lo circonda.

E gli autori che fornirono ad Illuminati sostegno ed ispirazione furono gli eccelsi cantori della vita rustica: Teocrito, Virgilio, Orazio ed Ovidio. Infatti, non vi è suo scritto in cui non siano esaltati la pace, l'intimità e l'idillio della felicità campestre. Sulle orme del Romanticismo tedesco (non dimentichiamo la sua mirabile traduzione delle Elegie Romane di Goethe dal tedesco in latino), egli vedeva nella natura, similmente a Wackenroder, il libro più profondo e più chiaro dell'essenza di Dio. Solo nel rapporto con la natura si realizza compiutamente il destino dell'uomo!

Nel 1930, inVirgilio e la poesia dei campi, affermava che in ogni latitudine storica e geografica la bellezza della natura aveva offerto all'aspirazione creatrice la dolcezza musicale del verso... ed alle anime affannate dalla quotidiana fatica il rifugio ideale di una pace sicura e serena. Nell'altro lavoro La poesia di Orazio (1935)  la serenità della vita agreste, procul negotiis, viene ideologicamente contrapposta alla meschina realtà della città. L'invidia della gens togata, l'ipocrisia della vita di corte, gl'intrighi delle fazioni politiche, le sottigliezze del compromesso erano le regole vigenti in utero urbis. Ed a chi, come Orazio, mostrava riluttanza e addirittura disgusto per simili sagre di volgarità, non restava altro che ritirarsi nella tranquilla solitudine della campagna di Tivoli e di Taranto. Illuminati seppe cogliere questa correlazione fra liberazione morale e godimento della bella e dolce natura. A differenza degli ambigui doni della società cittadina (lusso, ricchezza, fasto), la natura rigenera l'animo e gli dona quiete, riposo ed oblio. Le montagne, le foreste, le acque, i fiori non hanno mai tradito! Ma si badi bene: rifugiarsi in seno ad una natura amica non è misantropia o rottura con i propri simili, ma costituisce un'esperienza di libertà interiore vissuta allo stato puro. Si tratta, in definitiva, di una ideologia di vita a cui Illuminati rimase tenacemente fedele e che celebrò, in forma stilistica altamente suggestiva, nei due scritti sulla poesia latina di Cesare De Titta (1935). Nella commossa rievocazione del grande umanista di S. Eusanio del Sangro, emergono le tematiche più care alla cultura romantica, dalla fisionomia dell'intellettuale puro al. suo rapporto con una natura spiritualizzata, dalla sete dell'anima per l'assoluto, all'idea della morte. I valori che vi si celebrano trascendono lo stesso testo. Illuminati vede in. Cesare De Titta l'archetipo di quegli umanisti che sognano un ritorno alla vita semplice, georgica, comunitaria e che considerano la poesia l'unica pedagogia di questo sogno. Solo la poesia può aprire migliori prospettive all'esistenza come insegnava la scuola umanistica del XV secolo: litteris servabitur orbis (il mondo sarà salvato dalla cultura).

 Atri - Abitazione di Luigi Illuminati in via Picena.
(Disegno di Antonio Pavone).

 


Scrive Illuminati: La vita solitaria. (C. De Titta) affinò il sito spirito meditativo e lo rese indipendente da ogni scuola o corrente artistica del tempo. Egli cercò sempre in se stesso la fonte dell'ispirazione ed ebbe cara la sua libertà e la sua personalità di poeta. Ed aggiunge: La sua dottrina, la sua arte, il suo genio avrebbero onorato una cattedra universitaria, se la sua modestia ed il suo attaccamento alla terra natia non lo avessero distolto dal percorrere i più alti gradi dell'insegnamento. Alle pompe vane ed al falso prestigio della cultura istituzionalizzata, Cesare De Titta, memore degli antichi spiriti, preferì l’otium cum dignitate nella dolce solitudine di un paesino della Maiella. L'otium, non per anneghittire l'animo ma per operare attivamente e concentrarsi di più negli studi preferiti. L'otium, appunto, inteso come raccoglimento per approfondire la cultura della propria personalità, per conservare la fedeltà esistenziale alla propria vocazione, per raggiungere quella perfezione ontologica di cui parla Kant nella Metafisica dei costumi. Appare evidente, a questo punto, l'affinità spirituale tra De Titta e Illuminati. Anche l’umanista di Atri progettò la sua formazione culturale ed umana come litterata devotio. Anche lui non inseguì gli allori accademici. Alla cattedra universitaria pervenne tardi, su incoraggiamento di Alfredo Schiaffini e di Mattia Maresco, rispettivamente Preside della Facoltà di Lettere-Filosofia e Rettore dell'Università di Genova. In realtà, Illuminati rimase fedele all'ideale educativo umanistico dell'animi cura. Una cultura dell'anima che non si appiattiva sui programmi ministeriali, che non si ibernava nell'angustia specialistica di formule stereotipe ma che soddisfaceva una molteplicità di interessi in campi diversissimi. Chi ha avuto l'occasione di incontrarsi con lui nella sua casa ospitale o per le strade o nel caffè sotto i portici di Atri, ricorderà sicuramente le sue facete e piacevolissime conversazioni. Parlava di tutto. Con folgorazioni critiche affascinanti diceva la sua, sia su una rappresentazione teatrale, come su un concerto, una raccolta di poesie, una commedia plautina, un avvenimento storico, una mostra d'arte. Nessuno aspetto della cultura gli era indifferente. Da lettore e studioso onnivoro, quale egli era, scriveva su ciò che colpiva la sua fantasia e parlava al suo cuore senza lasciarsi condizionare da esigenze di carriera o da finalità lucrose e venali che hanno sempre caratterizzato una certa industria culturale. Per tutto ciò l'esercizio saggistico gli fu congeniale. Esso gli offriva la possibilità di operare seguendo l'intima spontaneità della sua natura senza dovere sottoporsi alle torture del letto di Procuste delle mode dominanti.

Oltre agli autori latini a lui cari, Illuminati trattò i più disparati argomenti: i medici e la medicina nella cultura greco-romana, il pensiero e l'azione politica di Giulio Cesare, gli aspetti unitari dell'Italia dall'antica Roma al Risorgimento, i viaggi ed i viaggiatori nel mondo antico romano, ecc. Naturalmente scrisse anche su Atri. Al suo paese natio dedicò un gustoso libretto, Un paese d'Abruzzo nella seconda metà dell'ottocento (1946) in cui, oltre ad un'analisi ritrattistica condotta con affettuosa ironia, tracciò un ampio affresco di quella vita sociale che, all'epoca, fece di Atri un centro di solidarietà umana, di spiritualità religiosa e di vitalità culturale.

Nel 1956, sull'onda emotiva dei ricordi a cui si abbandonava durante i suoi soggiorni atriani, pubblicò: I miei maestri di scuola elementare e quei tempi. Da queste pagine traspare una sincera riconoscenza per gli insegnanti del buon tempo antico che avevano saputo instillargli i primi basilari concetti di una cultura autenticamente umana.

Luigi Illuminati non scrisse, invece, mai nulla sull'ambiente universitario in cui operò. In quel mondo visse da esule. Su di esso stese il velo dell'oblio. A parte la sua forte amicizia con Schiaffini, niente si conosce dei rapporti con altri colleghi: legami questi che sembrano,spariti nei gorghi del Lete. Evidentemente quell'ambiente, spesso permeato di ipocrisia e di cortigiana adulazione, non si confaceva al suo carattere di una schiettezza un po' burbera.

In cuor suo, forse, consentiva con Schopenauer là dove il filosofo sostiene che le cattedre di filosofia e di lettere non hanno mai generato filosofi e scrittori, così come quelle di teologia non hanno mai prodotto santi. E da quel mondo fuggiva appena se ne presentava l'occasione per rigenerarsi spiritualmente nel clima magico della sua terra d'Abruzzo, sotto il cielo incantato del suo paese natio, nell'atmosfera accogliente della sua casa e della sua vasta biblioteca dove "la sua libertà fioriva ed egli poteva bonariamente ridere delle ciarle del volgo loquace".

Ancor oggi, sulla facciata della casa in cui dimorò, si può leggere: Hic mea libertas floret gaudetque serena ac ridet vulgi garrula verba rudis.

Ho voluto dare una libera traduzione del distico per meglio connotare la figura ed il temperamento di Luigi Illuminati. Non è vero che egli disdegnasse l'amicizia e la compagnia degli umili popolani come farebbe, invece, presupporre una traduzione letterale del testo in questione. Le sue frequentazioni quotidiane con la gente semplice ne erano la più eloquente riprova.

L'esaltazione, pertanto, che egli fa del suo quieto ritiro, non si ispira alla nota massima oraziana profanum vulgus et arceo (Odio il volgo profano e ne sto lontano) ma, piuttosto, all'ideale di Lucrezio: nil dulcius est, bene quam munita tenere edita doctrina sapientum tempia serena (Niente è più bello che abitare le severe fortezze elevate dalla serena dottrina dei sapienti).

Il saggio può trovare un rifugio inaccessibile e sicuro dalle tempeste della vita solo nella silenziosa laboriosità del suo spirito, nella ricerca interiore del vero e del bene, lontano dalla piazza dove il tumulto delle insane passioni e l'impeto della cupidigia intorbidano il cuore e l'intelligenza.

Dott. Aristide Vecchioni
 LUIGI ILLUMINATI, Tra classici ed umanisti, Pescara 1936.
LUIGI ILLUMINATI, All'aria aperta, Teramo 1961.