UN INNAMORATO DELLA NOSTRA CITTA'

IL PROFESSOR GIANCARLO ANTONELLI CI HA LASCIATI

Nell’imminenza della solennità di Tutti i Santi con il ricordo di tutti i defunti, si è addormentato nel Signore, il Prof. Gian Carlo Antonelli, docente di lettere e giornalista, uomo di cultura. Per Atri è una grande perdita, perché era veramente innamorato della città natale, senza mai scivolare nel provincialismo.

Nato il 25 novembre 1938, da Giovanni e Annunziata Faenza, il ramo paterno di Gian Carlo era originario di Castilenti. Il nonno Tommaso era lo storico sacrista della Cattedrale e custode del primo nucleo del Museo Capitolare, mentre il papà Giovanni, maestro orologiaio, uno dei migliori allievi di Antonio Di Jorio, nella banda di Atri, e flautista in diverse compagini bandistiche di prestigio. Insigne artista della sua famiglia lo zio Peppino, scultore e depositario delle tradizioni e della storia di Atri, il cui segno del talento è visibile nel corridoio superiore del palazzo ducale con alcuni meravigliosi bronzetti.

Gian Carlo frequentò le scuole elementari e medie nella cittadina natale, e contemporaneamente l’Azione Cattolica e la vita associativa atriana. A Pescara compì il liceo, perché in quegli anni il paese dei calanchi ne era privo, a Roma l’Università. Laureato in giurisprudenza e giornalista, fu per lunghi e fecondi anni docente all’ITC “A. Zoli” di Atri, dove risiedeva con la moglie Vittoria e i figli Giovanni, docente di lettere classiche e Lanfranco, telecineoperatore, entrambi giornalisti.

Il Prof. Antonelli ha seguito diverse discipline sportive, in primis il basket, quando ancora si chiamava pallacanestro. Per questo è stato lungo il sodalizio con Roseto, capitale del basket abruzzese. Ma si recava all’Adriatico di Pescara, per la partita della più grande compagine regionale di calcio. Erano gli anni di Mario Santarelli, alla RAI e di Gianni Lussoso, per la stampa e le TV locali, con la tribuna che non pullulava di giornalisti in servizio o tifosi, ma di osservatori curiosi per registrare l’esplosione, condita da parole non sempre signorili, di politici e amministratori locali, impeccabili nella vita di ogni giorno, ma con frasario al vetriolo in quei 90 minuti allo stadio.

Il Professore era un uomo di cultura e ha lavorato per il Teatro Comunale di Atri, l’unico edificio teatrale della provincia di Teramo. Appassionato di prosa, melodramma e musica d’arte, come i componenti della sua famiglia, era presente alla stagione teatrale come attento osservatore. Aveva contatto con tantissimi nomi dello spettacolo, molti dei quali venuti in Atri. Era orgoglioso di poterli recensire tra gli atriani di adozione per una sera. Prese lui i contatti con Pino Strabioli, per la direzione del Teatro e tra gli artisti che amava ricordare Ugo Gregoretti e Ferruccio Soleri.

Ricordo una prolissa conversazione con mio zio Raffaele Ricciuti, in Piazza Duomo, il giorno di S. Rita. Mio zio, quasi novantenne, di Fara S. Martino, veniva con la moglie zia Teresa Verna, in Atri per una settimana in estate, e qualche anno l’appuntamento si ripeteva, anche se per due o tre giorni, o a volte un solo giorno, nella festa della Santa degli impossibili. Con Gian Carlo si stabilì un feeling, anche perché il fratello di mio nonno Santino, zio Ettorino, Sindaco di Fara negli anni che mio nonno fu il primo cittadino di Atri, ospitò il maestro Giovanni Antonelli per il festone di S. Antonio, il 24 agosto di un’edizione.

C’è sempre stata amicizia tra le nostre famiglie, anche perché mio nonno, quando venne in Atri nel 1933, per visitare il cugino Don Giuseppe Verna, Canonico della Cattedrale, uno dei primi atriani con il quale strinse un legame, era Tommaso Antonelli senior.

La conversazione tra mio zio e il Professore verteva su D’Annunzio. Al Prof. Antonelli fu naturale prendere il discorso su un autore abruzzese, spesso dimenticato per esterofilia o conformismo, o per presunti rapporti con la dittatura. Un trageda sicuramente non per bambini, con pagine a volte di dubbia moralità, ma sicuramente un uomo immerso nell’universo dei valori di una volta.

Lo zio Raffaele, sempre appassionato di letteratura italiana e straniera, presente nella sua casa di Pescara con la piccola pila di libri, pieni di fogliettini e sottolineature, nel salotto, appassionato del Petrarca, ha anche la passione per D’Annunzio, che nella classifica delle preferenze per i paesi d’Abruzzo, metteva nella parte in vetta Fara S. Martino, per le tante escursioni in montagna e Atri forse a metà. Il discorso continuava e intanto passava la processione della Santa con una schiera di fedeli. Pochi mesi dopo zio Raffaele tornò in Atri, per passare qualche giorno in più, andare in giro con mio padre, tra la villa e il centro storico, e Gian Carlo puntualmente riprese il discorso sull’Orbo Veggente.

Con il Prof. Gian Carlo Antonelli viene a mancare uno dei figli illustri di Atri. Le esequie si sono celebrate nella chiesa di S. Giovanni (S. Domenico), dove si recava a Messa talvolta anche lo zio Peppino, pronto a spiegarti qualche tela o altare del monumentale edificio, un po’ decentrato.

A me ha sempre voluto bene il Prof. Antonelli e ne ero ricambiato. Tutte le volte che tornavo in Atri era sempre una gioia rivederlo e parlare con lui. Era l’imago brevis di Atri. Una città, diceva il Professore, come una bella fanciulla vestita da un sarto di campagna. La città degli Acquaviva con l’allarme dello spopolamento, rimane una delle più belle del Centro Italia e ha bisogno sempre di valorizzazione e cura. E dal Cielo ora veglia il Prof. Gian Carlo Antonelli. E’ stata una grazia di averlo docente, nel vero senso della parola, anche se non mi ha fatto scuola in classe, ma in quell’aula a cielo aperto che si chiama Atri.

SANTINO VERNA