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PERSONAGGI ATRIANI

L’ ARCIDIACONO MONS. AURELIO TRACANNA, ZELANTE E UMILE, LA SUA MEMORIA RESTA IN BENEDIZIONE

L’Arcidiacono Mons. Aurelio Tracanna nacque in Atri nel 1906 da Ernesto e Uliana Fornaro. Primo di cinque fratelli, dopo di lui vennero Liberatore (Liberato), il preside Dante, il Rag. Guido e il Rag. Licinio. La bottega paterna si trovava all’ombra della Cattedrale.

Formatosi nei seminari abruzzesi, Don Aurelio ebbe per compagno Don Gaetano Tantalo, della diocesi dei Marsi, morto in concetto di santità. Ordinato sacerdote fu collaboratore nella Curia Vescovile e Rettore della chiesa di S. Giovanni (S. Domenico). Nel 1935 rinverdì la tradizione canora atriana formando un coro di voci virili per la Cattedrale. Tre anni dopo divenne la corale “S. Francesco”, con la direzione dei Minori Conventuali da poco tornati nella città dei calanchi.

Nominato Parroco di S. Nicola, si conquistò l’affetto dei parrocchiani per la sua discrezione e l’attenzione verso gli ultimi. Mons. Gremigni voleva nominarlo Parroco della Cattedrale, ma Don Aurelio volle rimanere nella Parrocchia di Capo d’Atri, quartiere allora molto popoloso. Ma fu promosso Arcidiacono, prima dignità capitolare e Delegato Vescovile per la Chiesa di Atri, subentrando all’Arcidiacono Raffaele Tini.

Si divideva pertanto tra la Cattedrale e S. Nicola e se non poteva celebrare in quest’ultima il ringraziamento di fine anno, vi presiedeva la sera del primo gennaio la funzione del Veni Creator, accompagnandosi con l’organo, a volte in un piacevole tennistavolo tra altare e strumento, in mancanza dell’organista. In S. Francesco celebrava i Secondi Vespri della Solennità dell’Immacolata, tenendo l’omelia. La sua voce è stata registrata da Pino Perfetti che puntualmente riportava sulla bobina, grazie al “gelosino”, le celebrazioni e i canti della schola cantorum di Atri.

Nel 1951 accompagnò Mons. Gremigni a Novara dove era stato trasferito da Pio XII. Fu una promozione, anche se non era sede arcivescovile, perché era ed è una delle diocesi più grandi d’Italia. Ma forse il Vescovo Gilla preferiva rimanere a Teramo e Atri, anche da grande amante dell’arte e della sua storia. Novara non aveva certamente i tesori del primo Abruzzo Ulteriore ed entrava con prepotenza nel vortice del miracolo economico. Don Aurelio prelevò dal Museo Capitolare la mitra e il pastorale che Mons. Gremigni indossò quando fu insediato sulla cattedra di S. Gaudenzio. Portò anche il letto ligneo che gli aveva realizzato Renato Tini, celebre ebanista, amico di Peppino Antonelli che gli volle dedicare la penultima mostra nella cittadina natale.

Mons. Tracanna era animatore spirituale della sottosezione Unitalsi, presieduta dalla Signorina Antonietta Mattucci. Ogni anno si recava a Loreto in treno, con partenza dalla stazione di Pineto-Atri, con un nutrito gruppo di ammalati, anche gravissimi, amorevolmente assistiti dallo stuolo di barellieri e sorelle d’assistenza che all’epoca si chiamavano dame. Don Aurelio celebrava Messa in una delle cappelle radiali della Basilica della S. Casa e un giorno gli serviva un barelliere che aveva fatto il turno di notte. Durante la celebrazione il chierichetto prese sonno e Mons. Tracanna fu molto comprensivo perché conosceva il pesante lavoro del treno bianco. Il pellegrinaggio era presieduto dal Vescovo Stanislao Amilcare Battistelli, ora Servo di Dio e da Mons. Giovan Battista Bosio, Arcivescovo di Chieti, di cui fu discepolo a Brescia il suo più famoso omonimo, Pontefice regnante in quegli anni, ricordato per il toscano che fumava lungo il ballatoio del palazzo apostolico.

L’Arcidiacono Parroco di S. Nicola favorì la nascita del Circolo di Azione Cattolica che si distaccò dalla Cattedrale. Fu dedicato a S. Giovanni Bosco, mentre quello del Duomo era intitolato al Beato Rodolfo. Santi della gioventù, in due diverse missioni. Il Circolo ebbe breve durata perché con l’arrivo di Padre Abele il rinnovamento conciliare arrivò come una valanga ed ecco allora le Messe beat, il timido ingresso di Comunione e Liberazione con diversi sacerdoti dell’Italia Settentrionale, la presenza dei Focolarini e i vibranti gruppi parrocchiali.

Don Aurelio si adoperò per le clarisse, restaurando il monastero che si trovava in difficili condizioni. Nel 1958 S. Chiara divenne sede dell’Adorazione Eucaristica Quotidiana, perché come a Teramo c’era la chiesa dell’Annunziata, anche Atri doveva avere il suo cuore eucaristico. S. Chiara rappresentava la migliore soluzione, essendo sul punto più alto della città dei calanchi, e per questo si può dire che è il Tabor di Atri. L’istituzione dell’Adorazione comportò lo sventramento dell’altar maggiore, ma S. Chiara rimane sempre una bella chiesa.

Cagionevole di salute, Don Aurelio si prodigò molto per gli anziani genitori con cui viveva nella casa nel quarto di S. Maria. All’alba ogni giorno si recava in S. Nicola e il sacrista Vincenzo Di Febbo gli portava la colazione. Ad una coppia di sposi che si preparava al matrimonio disse: “questo sacramento non è un piatto di maccheroni!”, forse la migliore locuzione che sintetizza il corso per fidanzati.

Nel 1965 insediò nella Parrocchia di S. Agnese a Pineto il nuovo Parroco Don Giovanni Di Domenico, il secondo in ordine di tempo della cittadina rivierasca, in sostituzione del Vescovo Stanislao.

Sorella morte lo raggiunse l’11 febbraio 1967. Una grave malattia lo aveva terribilmente attaccato. L’anno seguente le spoglie dalla cappella di famiglia del camposanto di Atri furono traslate nella chiesa delle clarisse per desiderio del Vescovo Battistelli e della storica Badessa Madre M. Chiara Grillone. La memoria di Don Aurelio resta in benedizione per quanto ha operato nel popolo santo di Dio. E’ stato un prete divorato dallo zelo per la casa del Signore, un pastore con l’odore delle pecore dei quarti di Capo d’Atri e di S. Nicola.

SANTINO VERNA