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PERSONAGGI ATRIANI

GIUSEPPE ANTONELLI, SCULTORE E VOCE STORICA DELLA NOSTRA CITTA’

Insigne scultore e depositario delle tradizioni atriani, Giuseppe Antonelli nacque proprio il giorno di S. Giuseppe del 1920 da Tommaso e Carolina Marcone. Poche ore dopo nasceva il Prof. Emilio Mattucci, illustre politico e Sindaco di Atri dal 1956 al 1965. La classe di ferro 1920 ad Atri era composta dal Prof. Vittorio Colleluori, dal Prof. Guerino Armidi, dal Rag. Guido Tracanna e dal Geom. Giuseppe Iommarini, tutti amici di Peppino Antonelli.

Frequentò la Scuola di Arti e Mestieri nella città natale e suo maestro fu il Prof. Luigi Tascini. Peppino già negli anni ’30 realizzò importanti opere, presso l’industria cementizia del fratello Eugenio e nel 1946 espose alcune scultore in occasione della festa di S. Rita.

Nel 1955 realizzò la grotta di Lourdes nel giardino delle clarisse, mentre nell’attigua chiesa fu esecutore della lapide del sepolcro di Mons. Aurelio Tracanna, ivi tumulato nel primo anniversario della morte, nel 1968.

Nel 1975 scolpì il coretto abruzzese, gruppo composto da nove volti, dono di nozze per i coniugi Nicola Bindi e Rosy Fierli. La scultura divenne la copertina del primo LP del coro folkloristico “A. Di Jorio” con la direzione del Prof. Alfonso Bizzarri.

Serafino Vecellio Mattucci, insigne artista di Bisenti, volle confrontare il coretto con la facciata della Cattedrale e tracciò un meraviglioso giudizio su Peppino che pur non avendo frequentato grandi scuole d’arte era davvero un magnifico scultore.

Nel 1996 alcune opere di Peppino, per interessamento dell’allora Assessore alla Cultura del Comune di Atri, Prof.Nicola Bindi, furono fuse in bronzo ed esposte nel ridotto del Teatro Comunale, due mesi prima dell’inaugurazione dell’archivio-museo “A. Di Jorio” diretto dal Prof. Cav. Concezio Leonzi, attuale maestro dell’omonimo coro. I bronzetti hanno trovato definitiva collocazione nel piano superiore del palazzo ducale. Tra le sculture ricordiamo il coro dei fratini, omaggio alla presenza dei conventuali nella chiesa di S. Francesco in Atri con il grande amore per l’arte ceciliana e l’adorazione della croce, traduzione plastica della Corda Pia (dall’incipit del canto), corrispettivo conventuale della Via Crucis che si tiene nei Venerdì di Quaresima in tutte le chiese della prima famiglia del Primo Ordine Serafico, soprattutto nella Basilica Inferiore di S. Francesco. In Abruzzo uno dei maggiori cultori è stato P. Giovanni Petrone, fratello di sangue dello storico P. Nicola, scomparso nel 2011, Vicario Provinciale dei Conventuali.

Negli anni ’90 comincia la seconda giovinezza artistica di Peppino, accanto al nipote ed allievo Ugo Assogna e felici realizzazioni sono i busti di Publio Elio Adriano e del Beato Rodolfo, il primo concepito come biglietto d’ingresso del turista che dalla villa comunale entra in pieno centro storico, il secondo come omaggio all’illustre figlio di Atri, missionario e martire nelle Indie. Il busto di Rodolfo, collocato nell’atrio del palazzo ducale, casa natale del Beato, fu benedetto dall’Arcivescovo Vincenzo D’Addario, durante il breve e significativo episcopato a Teramo-Atri.

Nel 2005 e nel 2006 Peppino e Ugo tennero due mostre in estate, rispettivamente all’auditorium e al Teatro Comunale e i presenti hanno potuto constatare il grande amore dei due artisti per la città dei calanchi.

Peppino aveva la passione del teatro e del cinema. La prima era naturale, perché essendo atriano, il teatro scorre nelle vene dei cittadini, orgogliosi dell’unico edificio teatrale storico in provincia di Teramo. Durante la stagione lo scultore era sempre presente, avvolto da un mantello, negli ultimi tempi con una gruccia. O in platea o in uno dei tanti palchi, Peppino seguiva con interesse tutta la vita culturale atriana.

Dopo il teatro veniva il cinema. Frequentava il cineteatro “Salotto” e alla chiusura del medesimo, scendeva a Pescara con il pullmann e s’infilava in una delle tante sale del centro. Prima di risalire in paese, mangiava qualcosa alla birreria “Dreher”, uno dei mille esercizi della città dannunziana, all’inizio di Corso Vittorio, dove era possibile respirare clima mitteleuropeo, con il legno dei ben curati arredi e il menù sostanzioso, corredato da una sobria scelta di pizze al piatto.

La seconda casa di Peppino era la Cattedrale, dove era presente la memoria del papà Tommaso, storico sacrista. Con il cugino Andrea Marcone aveva installato la vaschetta romanica (XIII sec.) nel fonte battesimale di Paolo de Garviis (XVI sec.), per iniziativa di Mons. Aurelio Tracanna che voleva salvaguardare il cimelio da eventuali manomissioni.

Peppino paragonava la Chiesa ad un orso. Lo critichi perché è goffo e impacciato, ma quando si mette in posizione retta, tutti hanno paura. Un esempio analogo fu dettato in un’omelia nella Cattedrale di Atri dall’Arcivescovo D’Addario.

E paragonava Atri ad un leone. Nel senso che puoi ferire e colpire la città degli Acquaviva, ma se non la ammazzi come si deve, Atri ha la sua rivincita. E diceva che le esperienze spirituali e fraterne sono belle, il brutto è quando si torna in mezzo ai leoni.

Uno degli spassi estivi degli atriani è la visita alla Cattedrale anche per incontrare i numerosi turisti che salgono dalle città costiere, non solo quando il cielo è grigio. Un’atmosfera che si respira per un quarto dell’anno, a settembre si torna alla normalità.

Potevano entrare Klohè Kardashian o Brittany Snow, ma Peppino non si distraeva neppure un secondo, intento ad ammirare e studiare un affresco o un pilastro. Gli sembrava la prima e l’ennesima volta allo stesso tempo e illustrava il manufatto ai fortunati turisti o ai compaesani, segnati dalla locuzione “ab assuetis non fit passio” o semplicemente desiderosi di sentire la spiegazione, interessante e concisa, dello scultore.

Spiegazione che si ripeteva ogni domenica alla fine della S. Messa delle 11.15, perché Peppino era la voce storica della Cattedrale. Quando il Duomo fu chiuso nel 2004, l’artista continuò a spiegare i tesori e le tradizioni nelle chiese di S. Francesco e S. Chiara. Non fece in tempo a tornare nella Cattedrale ripristinata perché sorella morte lo raggiunse, per un’emorragia cerebrale, il 30 gennaio 2008.

Già sentiva la morte e ci rideva sopra: “sta per partire il siluro”. E degli autentici atriani del XX secolo, Peppino è quello che manca di più, soprattutto all’alba dell’Immacolata quando era felice di essere il più anziano ad assistere. Ma in tutte le date segnate in rosso (e non solo) del calendario, perché Peppino è stato l’arca della demologia atriana.

SANTINO VERNA