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PERSONAGGI ATRIANI

GLAUCO MARCONE, UNA VITA PER LA MUSICA

 

Il maestro Glauco Marcone nacque in Atri nel 1922 da Augusto e Domenica D’Amico. La casa paterna era in Corso Elio Adriano, nei pressi di Vico Tedeschini, la cui famiglia eponima fu ricordata da Don Luigi Illuminati ne “Un paese d’Abruzzo nella seconda metà dell’Ottocento”. Da una finestra dell’abitazione era possibile vedere una statua di S. Antonio Abate che fa pensare al S. Eusebio del film di Nino Manfredi di “Per grazia ricevuta”. Il protagonista aveva realizzato per voto una statua non certo bella del suo protettore, e il guardiano del convento, interpretato da Mario Scaccia, lo rimprovera, sottolineando la sua religiosità intrisa di forte superstizione, dicendo: “se uno lo vede de notte, se prende paura”.

Glauco, affettuosamente chiamato Glauchino, cominciò da ragazzo a suonare nella banda musicale di Atri che fino all’ultimo dopoguerra fu una compagine musicale con i fiocchi. Artista dello strumento a fiato, impartiva lezioni ai giovani di Atri, avviandoli alla musica.

Insegnante di educazione musicale, fu docente in Abruzzo, concludendo la carriera, per raggiunti limiti di età alla scuola media statale “F. Barnabei” di Atri, ora fusa con la “A. Mambelli”.

Nel 1974 fu chiamato a dirigere il nascente coro folkloristico di Atri, voluto da Massimo Di Febbo e legato al nome di Antonio Di Jorio, ancora vivente. La compagine debuttò la sera del 15 febbraio 1975 e in un momento dello spettacolo il maestro di Atessa consegnò la bacchetta all’allievo. Nel coro cantavano anche i fratelli della moglie Giannina, i tre Modestini, Enrico, Arturo e Mario che caratterizzarono per tanti anni il coro folkloristico cittadino e sono stati l’anima canora della Atri del XX secolo. Ad essi si aggiunse per un brevissimo periodo l’altro fratello Roberto, dotato di voce intonata, componente della schola cantorum dei frati presso la chiesa di S. Francesco, dove la sorella Gaetanina era organizzatrice della raccolta del pane di S. Antonio.

Il coro di Atri con il m° Marcone divenne in breve tempo uno dei più famosi in Abruzzo. Il maestro teneva moltissimo alle prove, per ottenere meravigliosi risultati. Momento emozionante fu nel 1977, la partecipazione al Congresso Eucaristico Nazionale di Pescara che diede ampio spazio al canto folkloristico abruzzese. Era un evento straordinario, non solo perché un Congresso Eucaristico, ma per la conclusione presieduta da Paolo VI. Da sette secoli un Papa non metteva piede, felicemente regnante, in Abruzzo e da otto non si fermava sulla costa abruzzese. Allo spettacolo del coro di Atri parteciparono tanti atriani residenti a Pescara, come Mario Di Giorgio e Teresa Carta, felici di poter ascoltare brani di Antonio Di Jorio, colonna sonora della fanciullezza. Glauco musicò i versi di Antonino Anello e Vincenzo De Petris.

Nel 1978 al m° Marcone, subentrò il Prof. Alfonso Bizzarri, fratello di Stefano, uno dei migliori fisarmonicisti d’Italia, proveniente da una famiglia di cultori dell’arte ceciliana. Il folklore abruzzese viveva il suo terzo periodo d’oro, dopo quello dannunziano della fine del XIX sec. e dopo la stagione di Antonio Di Jorio nel periodo tra le due guerre mondiali. Glauco continuò la sua attività con il doposcuola popolare di musica e con il complesso bandistico che animava due ricorrenze care agli atriani: la sfilata dei “faugni” la mattina dell’8 dicembre e la processione del Cristo morto, la sera del Venerdì Santo. La compagine del m° Glauco non indossava abiti particolari e dava un tocco originale alle teorie, seguite da stuoli di atriani di ogni età. Quando mancava la piccola banda di Atri si ricorreva ad un’altra dei borghi vicini: Casoli, Cepagatti, Cerratina, Notaresco etc.

Quando andava nei paesi con la banda, per qualsiasi Santo, faceva eseguire l’inno a S. Antonio di P. Domenico Stella, versione adattata del “Si quaeris miracula”, responsorio che si canta tuttora nelle tredicine, maggiore e perpetua, nella Basilica del Santo a Padova. Diceva ai bandisti: L’inno a San Vincenzo!, se era la festa dell’omologo domenicano del taumaturgo patavino e la squadra cominciava con le note: O dei miracoli, inclito Santo. I devoti erano contenti e forse qualcuno si accorgeva che era in gioco la concorrenza, ma lassù in Paradiso non ci saranno più le contese.

Glauco, conosciuto più con il nome che con il cognome, perché i Glauco ad Atri si contano sulla punta delle dita, come i Rodolfo, suonava l’organo della Cattedrale alla Messa vespertina della domenica, proponendo brani del repertorio classico.

Nel 1987 divenne direttore della neonata Accademia Baptistiana, per valorizzare l’antico organo della chiesa di S. Giovanni, il cui titolare è il m° Gian Piero Catelli. Si voleva rinverdire la tradizione canora atriana che aveva avuto nel XX sec. il momento più importante con i Minori Conventuali, grandi cultori dell’arte ceciliana, anche per il servizio a due Basiliche di spicco: quella Papale di S. Francesco in Assisi e S. Antonio a Padova. L’iniziativa del nuovo coro suscitò molto interesse anche perché molta gente scoprì che il vero nome di S. Domenico era S. Giovanni Battista.

Il coro del m° Glauco animò la liturgia pure nella Basilica Superiore di Assisi, perché nel frattempo aveva ripreso l’antica denominazione di S. Francesco, dato che le prove si tenevano nella chiesa del Patriarca dell’Ordine Serafico. Nel 1999, quando ormai il maestro non dirigeva più per dedicarsi all’assistenza della moglie, la dolce dicitura fu abbandonata perché fu scelto il titolo di coro cittadino della Cattedrale che assemblava la vecchia guardia del coro dei frati (ma ormai erano passati all’altra riva pezzi forti come Gino Anello, Bertino D’Arcangelo, Enrico e Mario Modestini e Francesco Romano), con nuove leve provenienti dai cori parrocchiali e da quelli folkloristici.

Lucido di mente e limpido di pensiero, il maestro Glauco finì la sua vita terrena nel 2011 chiedendo le esequie in Cattedrale, pur essendo parrocchiano di S. Gabriele. Volle l’estremo saluto nella chiesa dove tante volte aveva animato la liturgia, alla presenza del Vescovo e dei canonici, per la solennità dell’Immacolata Concezione, il Te Deum di fine anno, la festa di S. Reparata. Ma anche per tanti matrimoni o celebrazioni mortuarie. Chiese però la celebrazione della Messa “in tertia die” nella moderna chiesa di S. Gabriele, dove si recava tante volte dalla sua casa nella periferia Sud, confondendosi nell’assemblea dove spiccava la sua alta sagoma con il volto diafano di autentico atriano, rispettoso, solare e aristocratico, pronto sempre ad incoraggiarti e se con gli allievi bandisti e coristi è stato un papà, per quelli venuti dopo che non l’hanno visto con la bacchetta e lo spartito, è stato un nonno dalle cui labbra sgorgavano incantevoli storie e sapidi consigli.

SANTINO VERNA