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Pubblicato Venerdì, 07 Febbraio 2014
Scritto da Santino Verna

PERSONAGGI ATRIANI 

MUZIO, IL VOLTO PIU’ FELLINIANO DELLA NOSTRA CITTA’

 

Qualcuno non ricordava più il suo cognome fino all’intitolazione della strada ad Atri. Lo ricordavano e lo ricordano tuttora semplicemente come Muzio, il personaggio più felliniano della cittadina dei calanchi. Nel 1996 Nino Bindi lo paragonò allo zio Teo di Amarcord, interpretato da Ciccio Ingrassia. Tutti ricordiamo la scena in cui sale sull’albero e dopo aver gridato a squarciagola è costretto a scendere con l’intervento di una suora che capisce bene la sua situazione.

Il paragone ebbe un nesso con Atri, perché il figlio di Ingrassia, Giampiero, recitò nel film “Ti amo Maria” di Carlo Delle Piane, girato in Atri nel 1996 e proiettato l’anno dopo in Piazza duchi d’Acquaviva davanti agli atriani, felici di riconoscere i propri balconi e ai turisti, contenti dell’ingresso di Atri nella storia del cinema.

Muzio Martella era nato nel 1904 e la sua casa era in Vico Celeno, all’inizio del rione S. Giovanni, stradina allora molto popolata. Scendendo verso i resti che documentano l’esistenza di un teatro romano di grandi proporzioni, la torre campanaria di S. Giovanni è il segnale che si entra in un quarto molto particolare della città. La meningite ne inficiò la salute e la mente ne risentì.

Trascorreva ore liete nel bar del “Polacco”, famoso per i gelati artigianali apprezzati dai pescaresi che lo venivano a gustare perché si scioglieva con lentezza, e nel retrobottega, Muzio aiutava i proprietari Giorgio Sporys, artista polacco trapiantato ad Atri con l’ultimo conflitto mondiale e la moglie Santina Quaranta, di Montepagano. Una delle canzoni preferite era “Buongiorno tristezza”.

Ma guai ad intonare qualche motivo che lo infastidiva. Peppino Antonelli si metteva presso i portici di Corso Elio Adriano a fischiettare la marcia del Cristo morto che si esegue in Atri, oppure, dalla finestra della sua casa in Via Ferrante mandava all’aria un motivo radiofonico mentre Muzio da Vico Celeno si recava in piazza. Ed erano parole un po’ scurrili da parte del personaggio felliniano. Peppino ovviamente lo faceva per scherzo e con affetto.

Lo scultore atriano ha immortalato nell’argilla Muzio, proprio con le caratteristiche fisiche: magro, calvo, occhi piccoli. L’opera fu esposta presso Palazzo Arlini (od. Brandimarte) sede del Centro di Servizi Culturali della Regione Abruzzo (od. Agenzia di Promozione Culturale). Nel 1996 i bronzetti di Giuseppe Antonelli, tra cui quello di Muzio, furono fusi in bronzo ed esposti nel ridotto del Teatro Comunale, dove furono presentati con la partecipazione del regista Delle Piane, prima della definitiva collocazione nel piano superiore di Palazzo Acquaviva.

Muzio fece l’esperienza dell’ospedale psichiatrico durante il fascismo. Dato che era venuto in Atri un gerarca, allo squillo di una tromba, il beniamino degli atriani si mise a gridare “Numero”. Qualcuno interpretò quell’innocua parola come una protesta sufficiente per la detenzione. Evidentemente Muzio aveva collegato quel suono ad una consuetudine che avveniva in Atri per la festa di S. Rita. In Piazza Duomo si teneva la tombola e dal balcone del Teatro un trombettiere segnalava l’estrazione del numero. Gli atriani si dispiacquero del provvedimento e fecero un pullmann per Teramo che significò il ritorno di Muzio nella città dei calanchi.

Nell’ospedale civile Muzio rallegrava i pazienti con le battute e i movimenti. Forse stava esagerando quando il dott. Piero De Patre, all’epoca aiuto del Prof. Enzo Fanini, recentemente scomparso, lo richiamò all’ordine. Muzio lo chiamava il “medico coi baffi”. Cosa che si ripeteva con altri due personaggi atriani, Arturo e Lidia Ronci, ma questa volta nel nuovo complesso ospedaliero. L’aristocratico era abile nel simulare i versi degli animali e qualche vicino di letto si divertiva ad ammirare Don Arturo che imitava il gallo.

Venne il periodo di Bartali e Coppi e Muzio, con la tenuta da ciclista, si mise a percorrere le vie di Atri, seguito da uno stuolo di ragazzini. Alla villa comunale vide un ragazzo minorenne che fumava, le prime sigarette a volte sostituite con quelle confezionate con la paglia delle seggiole, e lo andò a raccontare alla madre.

Quando incontrava qualche compaesano diceva: “Le scì PPescare?”. Non sappiamo che significato avesse tale domanda. Probabilmente la prima grande città che gli atriani incontrano andando verso Sud, raggiunta ai tempi di Muzio anche a piedi, evocava un senso di mistero.

Muzio è entrato nella toponomastica atriana perché fa parte della storia di Atri e ricorda il valore della solidarietà verso i più deboli.

SANTINO VERNA